Matrice nera e appoggi diretti di membri dei servizi segreti italiani e stranieri che parteciparono “alle innumerevoli riunioni preparatorie”. C’è tutto questo dietro la strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974, nella quale 8 persone vennero uccise e un altro centinaio furono ferite. C’è il solito intreccio tra neo fascisti, 007 più o meno infedeli e ambienti legati all’oltranzismo atlantico dietro l’ultima tappa di quel piano di destabilizzazione golpista che avrebbe voluto trasformare l’Italia, nel bel mezzo della Guerra Fredda, in un regime autoritario e anticomunista. Come il Portogallo di Salazar, la Spagna franchista e la Grecia dei colonnelli.

“Eccidio opera della destra eversiva”
Tre elementi che si è sempre sospettato, e che la storia aveva già accertato, essere il comune denominatore degli eccidi compiuti durante gli anni della strategia della tensione, a cominciare da quella di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre ’69 che inaugurò quella stagione di morte. Finalmente adesso quel filo nero già intravisto nel corso di più di 40 anni di indagini e processi è diventato chiaro, cristallino, verità giudiziaria. Quella bomba, piazzata in un cestino dell’immondizia durante una manifestazione antifascista ed esplosa alle 10 e 12, è “sicuramente riconducibile” alla destra eversiva e “tutti gli elementi evidenziati convergono inequivocabilmente nel senso della colpevolezza di Carlo Maria Maggi“. Va inoltre inquadrata “nell’attività di riorganizzazione delle frange più estreme delle forze eversive di destra nel periodo immediatamente precedente la strage per bloccare con metodi violenti i fermenti progressisti in atto nella società civile e destabilizzare il sistema politico attraverso azioni terroristiche eclatanti”. A metterlo nero su bianco sono i giudici della corte d’assise d’appello di Milano nelle motivazioni della sentenza con cui il 22 luglio 2015, dopo 41 anni e nessuna condanna nei 12 processi precedenti, sono stati condannati all’ergastolo il medico veneziano Maggi, allora ispettore di Ordine Nuovo per il Triveneto, e l’ex ordinovista e collaboratore dei servizi segreti Maurizio Tramonte, la fonte “Tritone” (leggi). Gli unici a pagare (anche se si sono sempre dichiarati innocenti), ma non per questo gli unici colpevoli, sono convinti i magistrati.

“Maggi ebbe poteva contare sull’appoggio di 007”
Che vanno oltre e scrivono che Maggi pianificò e realizzò quella strage perché aveva “la consapevolezza” di poter contare “a livello locale e non solo, sulle simpatie e sulle coperture – se non addirittura sull’appoggio diretto – di appartenenti di apparati dello Stato e ai servizi di sicurezza nazionale ed esteri”. Secondo i giudici della seconda sezione della corte d’assise d’appello di Milano, incaricati del processo d’appello bis, dopo l’annullamento, da parte della cassazione, dell’assoluzione di Maggi e Tramonte, l’ex ispettore di Ordine Nuovo per il Triveneto aveva maturato la consapevolezza di poter contare sull’appoggio di appartenenti ai servizi di sicurezza, “attraverso le molteplici riunioni preparatorie anche con militari italiani e americani”. Soddisfatto di quanto accertato dalla sentenza Manlio Milani, presidente dell’associazione familiari vittime e marito di Livia Bottardi, uccisa nella strage: “Questa è una sentenza di estremo valore perché finalmente mette in piena luce quello che si voleva ottenere con la strage di Piazza della Loggia”. “Da questa sentenza – aggiunge Milani – emerge non solo la responsabilità di Maggi e Tramonte, ma anche l’intreccio tra apparati dello Stato che è ancora tutto da scoprire”.

“Aveva disponibilità di gelignite”
Maggi aveva, inoltre, “la disponibilità di gelignite, esplosivo utilizzato per il confezionamento dell’ordigno fatto esplodere in piazza della Loggia”, e poteva disporre “di un armiere con le capacità tecniche di Digilio (Carlo ritenuto l’armiere di O.N. ndr) per confezionare l’ordigno o per intervenire alla bisogna”. Tra quanto dichiarato da “Zio Otto“, come era chiamato Digilio, e da Tramonte (la cui ritrattazione non è stata ritenuta credibile) non vi sono “insanabili divergenze”; anzi, il fatto che non si conoscessero, in quanto ebbero percorsi politici diversi, avvalora quanto hanno raccontato e le differenze attengono la fase esecutiva della strage mentre il processo riguarda il “mandante di un reato dell’organizzazione assai complessa nel cui ambito generale la materiale collocazione dell’ordigno rappresenta un minus”.
Digilio quindi non inventa nulla neanche quando parla della pista milanese: “Le Sam (Squadre d’azione Mussolini) – sottolinea il presidente Anna Conforti – non erano organismi estranei a Ordine nuovo, il quale aveva ascendente anche sulle formazioni milanesi”.

“Coacervo di forze per insabbiare verità”
E le varie sentenze di assoluzione, anche del milanese Cesare Ferri, “non hanno dissipato del tutto i dubbi di un apporto ‘milanese’ all’esecuzione”. La Cassazione, poi, metterà la parola fine su una vicenda che costituisce l’ultimo spiraglio per cercare la verità su quegli anni della “strategia della tensione”, e i giudici milanesi non nascondono la loro amarezza quando scrivono che lo studio della mole di atti porta ad affermare che “anche questo processo, come altri in materia di stragi, è emblematico dell’opera sotterranea portata avanti con pervicacia da quel coacervo di forze di cui ha parlato Vinciguerra (ex ordinovista che si è assunto la responsabilità della strage di Peteano, ndr).

“Mala-vita istituzionale ai tempi delle bombe”
Forze, secondo i magistrati, “individuabili con certezza in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza della Stato, nelle centrali occulte di potere che hanno prima incoraggiato e supportato lo sviluppo dei progetti eversivi della Destra estrema e hanno sviato poi, l’intervento della Magistratura, di fatto rendendo impossibile la ricostruzione dell’intera rete di responsabilità”. Ergastolo per Maggi e Tramone, quindi, “mentre altri, parimenti responsabili, hanno da tempo lasciato questo mondo o anche solo questo Paese, ponendo una pietra tombale sui troppi intrecci che hanno connotato la mala-vita, anche istituzionale, dell’epoca delle bombe”.