Ho letto il discorso del Papa ai giovani che hanno partecipato alla Giornata mondiale della Gioventù a Cracovia. Mi auguro che queste migliaia di ragazzi, tornando a casa, qui in Italia, non ascoltino solo Francesco ma prendano in mano Gramsci e il suo Odio gli indifferenti; rileggano Sandro Pertini; trascorrano una giornata a Barbiana; partano per Lampedusa o escano una notte dagli oratori e dalle chiese per andare nelle piazze di Milano, davanti alla Borsa o in un campo rom.

Mi auguro che questi giovani abbiano conosciuto le periferie di Cracovia. Mi auguro che scuotano i loro preti dal tepore delle loro chiese chiuse al bussare dei migranti. Mi auguro che abbiano il coraggio di portare nelle loro classi la Costituzione e che inizino a occuparsi della storia della loro città senza mai più dire: “Non tocca a me fare politica”.

Mi auguro che non solo si stringano le mani a Cracovia, ma stringano quelle di chi un giorno magari per strada ti ferma e ti chiede una monetina, quelle di un ex detenuto, quelle di chi nella nostra Italia combatte il male ogni giorno rischiando la vita. Mi auguro che non stiano più zitti ma che abbiano il coraggio non solo di cantare a un raduno, ma di gridare davanti ai palazzi del potere, davanti a un professore che non fa il suo dovere, davanti a un prete che canta la gioia ma non si preoccupa della gioia del migrante.

Non bastano le domande retoriche: “Volete essere giovani addormentati, imbambolati, intontiti? Volete che altri decidano il futuro per voi? Volete essere liberi? Volete essere svegli? Volete lottare per il vostro futuro? Non siete troppo convinti… Volete lottare per il vostro futuro?”. Non basta quel gesto alla Giovanni Paolo II: “Sapete qual è il primo ponte da costruire? Un ponte che possiamo realizzare qui e ora: stringerci la mano, darci la mano. Forza, fatelo adesso. Fate questo ponte umano, datevi la mano, tutti voi”.

Da Papa Francesco mi aspetto molto di più per i nostri giovani, attendo il passaggio da una religiosità di pancia, sensazionalistica a una fede e una religiosità matura, esigente, capace di andare oltre le “Woodstock” della spiritualità. Come ha scritto ieri su La Stampa Enzo Bianchi: “Non esistono i giovani, esiste ciascuno e ciascuna di loro”. E in questo momento a ciascuno e a ciascuna di loro la Chiesa, la politica, la mia generazione ha il dovere di dire: “Ora tocca a te, io faccio un passo indietro. Vai, mordi la vita”.

E’ una sfida non dei giovani, ma, sempre come ha scritto Bianchi, “un impegno che richiede una forte fraternità intergenerazionale”. Non è più tempo solo di veglie e di tornei all’oratorio, di raduni ma di un impegno intergenerazionale. Francesco ha giustamente richiamato i giovani ad abbandonare la “divano – felicità”: “La verità è un’altra: cari giovani, non siamo venuti al mondo per ‘vegetare‘, per passarcela comodamente, per fare della vita un divano che ci addormenti; al contrario, siamo venuti per un’altra cosa, per lasciare un’impronta. E’ molto triste passare nella vita senza lasciare un’impronta. Ma quando scegliamo la comodità, confondendo felicità con consumare, allora il prezzo che paghiamo è molto ma molto caro: perdiamo la libertà. Non siamo liberi di lasciare un’impronta. Perdiamo la libertà. Questo è il prezzo. E c’è tanta gente che vuole che i giovani non siano liberi; c’è tanta gente che non vi vuole bene, che vi vuole intontiti, imbambolati, addormentati, ma mai liberi. No, questo no! Dobbiamo difendere la nostra libertà!”.

Questi giovani per lasciare la loro impronta hanno bisogno di guardare a persone credibili non credenti. Servono con urgenza esempi, punti di riferimento che nessuno è in grado di dare in questo momento. Papa Francesco è senz’altro un profeta ma non basta. Chi stava sul prato di Cracovia si è chiesto perché dal 2005 al 2007 sono aumentati di ben cinque punti percentuali i giovani non credenti? Secondo una ricerca del sociologo Franco Garelli, presentata in questi giorni, su un campione di 1500 giovani tra i 18 e i 29 anni, i giovani non credenti sono ormai più dei “credenti e attivi”.

Cosa è successo? Chi conosce davvero i giovani, non solo quelli dell’oratorio e della Gmg (Giornata mondiale della Gioventù), sa che hanno sete e fame di verità: ho da poco accompagnato un gruppo di ragazzi sulle strade della Sicilia a incontrare chi ha lottato per il pane a Portella della Ginestra; chi oggi rischia la vita per lottare contro la mafia; chi abbraccia le periferie di una città come Palermo. Abbiamo bisogno di mostrare ai nostri giovani che vivono una delle più grandi crisi della storia, il volto di una Chiesa che somiglia a quello di don Andrea Gallo o di padre Alex Zanotelli. Abbiamo la necessità di avere vescovi e preti che come don Tonino Bello lasciano anelli e bastoni pastorali per stare con chi non ha nulla. Abbiamo il dovere, credenti e non, di non fermarci alle parole del Papa ma di proporre le parole di Arturo Paoli, di Oscar Romero, di padre Massimiliano Kolbe, di Helder Camara o di Desmond Tutu. E’ tempo di andare oltre una Gmg.