Schermata 2016-07-26 alle 22.28.41La Camera di Commercio di Lucca deve accorparsi ma non ha trovato la strada e la compagnia: avendo tre alternative (Pisa, Pistoia e Massa) non ne ha percorsa nessuna. E ora arriva la stretta che si abbatte su enti e dipendenti. Come Maurizio Cotrupi, 48 anni, responsabile della sede distaccata di Viareggio. Da 12 anni è approdato all’ente pubblico e potrebbe essere uno dei mille che non ce la fa, perché intercettati dal decreto che attua la parte di riforma Madia che insieme agli accorpamenti prevede tagli agli organici del 15% in prima battuta e a regime di un altro 25%. Mille posti di lavoro a rischio, secondo i sindacati. “Non è per il mio di lavoro soltanto, mi chiedo che senso abbia questa operazione che è politica e affatto economica”, dice Cotrupi interpretando il disagio e i timori dei colleghi, in tutto 70. E’ anche una Rsu e quando ha letto dei tagli spuntati nelle pieghe dell’ultima bozza non ha avuto dubbi. Ha diramato una nota dal titolo: “Della fine del sistema industriale italiano”.

Partiamo dall’inizio
L’inizio è un progetto di riforma che puntava a rendere più efficiente il sistema camerale, non a cancellarlo. Un conto erano gli slogan facili, un altro dire che si risparmia e si fa economia lasciando a casa frotte di dipendenti pubblici e togliendo servizi essenziali alle piccole imprese che sono poi il 93% del totale. E’ qui il danno economico maggiore.

Appunto, i servizi. Perché sarebbero essenziali?
Prendiamo la voce contributi e finanziamenti alle imprese. Lo posso ben dire perché l’ho visto direttamente. In pochissimi anni a Lucca abbiamo veicolato oltre 2 milioni di euro sul territorio alle piccole imprese, che per una Camera piccola come la nostra è tanto. Facciamo microfinanziamento finché possiamo a un tasso bassissimo per venire in contro ai problemi di liquidità. Questo chiaramente viene perso. Alcuni servizi li diamo gratis, altri a bassissimo costo. Quando un imprenditore viene da noi a fare una visura perché glielo chiede la banca paga dai 4 ai 7 euro, ma noi lo paghiamo pienamente questo servizio.

Ma questi servizi li può offrire il mercato, i privati, altre imprese…
Certo, è verissimo e questo sta succedendo e non senza rischi di cui dirò poi. Il punto è che io sono un funzionario pubblico e non devo fare profitto, prendo uno stipendio e fornisco consulenze e prestazioni a costi ridottissimi. Allo stesso modo il mio ente che ha il solo limite di avere bilanci in pareggio. Quando non ci sarà più il pubblico a erogare i servizi delle Camere di Commercio le imprese andranno dai privati che però devono anche guadagnarci, e il costo dello stesso servizio sarà ben più salato di quello che garantiamo noi. Alla faccia della competitività e del sostegno all’impresa.

Ma le imprese sono le prime a lamentarsi delle Camere di Commercio…
Gli imprenditori hanno fatto di tutta l’erba un fascio: siete burocrazia, dicono. Ma non è così. Alcuni ci imputano costi non nostri. Le racconto una cosa. Quando un imprenditore chiude la sua attività, e purtroppo capita spesso, deve per legge fare la dichiarazione di cessazione. E deve pagare 16 euro di bolli per depositare l’atto. A me piange il cuore. Leggo ostilità in quegli occhi che scrutano di traverso. Spiego che noi assicuriamo gratuitamente la redazione della pratica ma non possiamo accollarci quella “tassa sulla morte dell’impresa” perché la prende lo Stato. Ma la risposta sembra sempre insufficiente.

E cosa succederà un domani, senza di voi?
Semplice. Ai 16 euro e rotti l’imprenditore dovrà aggiungere i costi della consulenza del commercialista per la lavorazione della pratica. Sempre che non voglia avventurarsi nel deposito e nel pagamento telematico, operazione che richiede tempo: devi attrezzarti di software, leggerti le regole di compilazione. Tutti passaggi che non sono così immediati. Non è come dirlo. E poi c’è un’altra criticità rilevantissima, la certificazione del dato.

Cosa significa?
Il cuore del sistema camerale è il Registro delle Imprese, in pratica l’anagrafe con tutti i dati che la riguardano. Passare “de facto” i dati societari a soggetti non più nel dominio del pubblico significa non aver compreso la ricchezza e la delicatezza di questa banca dati. Siamo noi ad implementarla, gratuitamente. Se l’imprenditore paga per esserci è per coprire i costi di tenuta che non sono bassi né banali.

E dunque?
Quei dati sono sensibili, c’è dentro tutto: la situazione creditizia, le linee di mutuo, i fallimenti, le ipoteche etc. Noi siamo funzionari pubblici indottrinati a dovere sull’uso corretto di queste informazioni. Una visura è un atto pubblico e noi la diffondiamo quando richiesto secondo le prescrizioni di legge. Quando saranno solo i privati a tenere il Registro che garanzie ci saranno?

Torniamo a Lucca e alla riforma
Non so che dire. In teoria non dovremmo neppure accorparci perché siamo sul filo dei 75mila iscritti che è la taglia minima per rimanere autonomi. Ma la confusione creata dalla riforma ha messo in moto un risiko che ormai muove tutti. Se poi sto ai conti abbiamo bilanci sanissimi. Mentre le pretese economie manderanno in malora quelli di molte Camere in difficoltà, con rilevante danno per i conti pubblici.

Spiegare, prego
Altro mito da sfatare: non è vero che pesiamo sulla fiscalità generale. Ma presto lo sarà, grazie alla riforma. Le nostre entrate erano i contributi obbligatori delle imprese che il governo ha dimezzato. Senza molte andranno in dissesto e non ci sarà paracadute. Il ostro sistema invece ha un doppio sistema di perequazione a livello nazionale e regionale per cui se una camera entra in crisi scatta un contributo di solidarietà di tutte le altre. Senza un euro pubblico. Ora questo meccanismo si spezza. E i conti in rosso chi li paga? Per questo dico che questa riforma non è solo un attacco all’occupazione e al sistema imprenditoriale ma è anche una misura contro l’economia pubblica.

Un messaggio finale al Governo
Come Rsu ma anche i segretari generali della Camere lo fanno, chiediamo al Governo, a tutti i parlamentari e alle forze politiche che hanno a cuore il futuro delle imprese italiane, di modificare subito il decreto di riforma che passerà in Consiglio dei Ministri il 29 luglio. Chiediamo di riscriverlo, focalizzando su innovazione, ampliamento di servizi, mantenimento del personale e delle sedi territoriali. Perché se vuoi sconfiggere la crisi devi fare perno sulle reti che supportano le imprese. Tagliarle, annodarle, smembrarle e indebolirle per rincorrere slogan e consenso politico è un gigantesco favore alla crisi. E un feroce dispetto non a noi, che andremo a ingrossare i dati sulla disoccupazione, ma agli italiani.