Forfettario a 100mila euro, Iva a 85mila: il tetto è europeo, la burocrazia è italiana
Dal 1° gennaio una parrucchiera che quest’anno incassa 90.000 euro potrà restare nella flat tax del 15%, come la collega che ne incassa 80.000, ma sui tagli dovrà applicare l’Iva, con registri, liquidazioni periodiche e dichiarazione annuale. La manovra 2027 alza a 100mila euro la soglia del regime forfettario solo per le imposte sui redditi, mentre per l’Iva la lascia a 85.000, “in attesa dell’autorizzazione dell’Unione europea”, scrive il Governo.
Per l’esenzione Iva, ha detto Giorgia Meloni, “abbiamo un anno per negoziare con la Commissione europea”. Sembra il solito vincolo di Bruxelles, ma l’Italia ha già accettato quel tetto, l’inflazione lo ha oramai eroso e gli obblighi che fa scattare sono decisi a Roma.
La manovra non aggiunge adempimenti: con le regole di oggi la parrucchiera uscirebbe dal regime e applicherebbe l’Iva comunque. Le concede, anzi, lo sconto sui redditi. L’Iva, però, pesa sui prezzi. Sull’acconciatura è al 22%, l’aliquota ordinaria, senza riduzioni: se la collega chiede 50 euro per un taglio, la nostra parrucchiera, per guadagnare altrettanto, deve incassarne poco meno di 61, perché l’Iva sugli acquisti di shampoo e tinte lei la detrae e chi è in franchigia no. Per questo l’Unione pone un tetto: la franchigia, scriveva la Commissione nel 2018, va circoscritta “alle imprese più piccole”, per “limitare i possibili effetti distorsivi dell’esenzione” sulla concorrenza.
Per lo Stato, invece, quell’Iva vale poco. Quando nel 2023 la soglia salì da 65.000 a 85.000 euro, l’Italia stimò una perdita di 80,8 milioni, lo 0,06% del gettito Iva, e la Commissione europea giudicò l’effetto “trascurabile”. Sulla fascia fra 85.000 e 100.000 euro non c’è una stima ufficiale: verosimilmente, si tratta di qualche decina di milioni. Secondo la Corte di giustizia (C-97/09, Schmelz), la franchigia serve anche a bilanciare il costo dei controlli con le scarse entrate attese. Fin qui il buon senso sta con chi trova assurdo un adempimento per pochi spiccioli.
Il vero difetto del tetto è un altro: è un numero fisso. Fino al 2024 la franchigia italiana si reggeva su autorizzazioni temporanee del Consiglio dell’Unione e quelle del 2008 e del 2020 consentivano di alzarla “al fine di mantenere il valore dell’esenzione in termini reali”, cioè di adeguarla all’inflazione. La direttiva (Ue) 2020/285, approvata all’unanimità e quindi senza il veto italiano, ha posto un tetto unico di 85.000 euro, privo di aggiornamenti e di revisioni. Ai prezzi italiani di oggi, gli 85.000 euro del 2020 corrispondono a circa 105.000: una franchigia a 100.000 euro resterebbe, in termini reali, sotto quel limite. Il Governo avrebbe un argomento serio.
Sul punto, però, ha dato due versioni. Nel giugno 2025, rispondendo a un’interrogazione alla Camera, spiegava che con il tetto unico alzare il limite in deroga “non rientra nella disponibilità dei Governi nazionali”. Oggi parla invece di un’autorizzazione da negoziare con la Commissione, che però può soltanto proporla: a concederla sono i governi dei Ventisette, all’unanimità, e basta un no per bloccarla. La direttiva del 2020, poi, ha riscritto le soglie proprio per non correggerle più “mediante misure concesse a titolo di deroga”. Per il 2027 il doppio binario è dunque pressoché certo.
Tutto il resto si decide a Roma, a cominciare dagli adempimenti. La direttiva Iva ammette un periodo d’imposta annuale (art. 252) e lascia agli Stati le date dei versamenti (art. 206). L’Italia ha già usato questi margini: dal 2001 al 2014 le nuove attività con ricavi fino a 31.000 o 62.000 euro, nei primi tre anni, applicavano l’Iva senza registri, liquidazioni né versamenti periodici (art. 13, l. 388/2000). Oggi fatture e scontrini elettronici consegnano i dati al Fisco: basterebbe un emendamento.
Romana è anche l’iniquità. Nel 2022 l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) osservava che l’allargamento di un regime nato “per la semplificazione degli adempimenti di soggetti marginali” coinvolgeva “prevalentemente i contribuenti più ricchi”. Fra 85.000 e 100.000 euro, del forfettario resta lo sconto, non la semplificazione dell’Iva. In una consultazione aperta fino al 18 novembre, il Dipartimento delle finanze chiede se lo si scelga per “semplificazione” o “convenienza economica”. La relazione tecnica ha già risposto: i circa 41.000 nuovi forfettari lo sceglieranno “per via di una convenienza economica in termini di minori imposte dovute”. Il costo per l’Erario si aggira sui 300 milioni l’anno, a regime.
Romano, infine, è il conto dell’inflazione. La soglia del forfettario, fissata a fine 2018 in 65.000 euro, salirà a 100.000: il 54% in più, mentre i prezzi sono cresciuti di quasi il 24%. Per chi paga l’Irpef è andata al contrario: lo scaglione dei 50.000 euro, oltre il quale l’aliquota sale al 43%, è fermo dal 2021 e da allora ha perso circa il 17% del valore reale. Per recuperarlo dovrebbe salire intorno ai 60.500 euro; la manovra lo porta a 55.000 solo per il 2027. Con scaglioni fermi e prezzi in corsa, l’imposta cresce senza che nessuno l’abbia votata: è il drenaggio fiscale, che per l’Upb vale 1,6 miliardi per ogni punto d’inflazione.
L’articolo 53 della Costituzione chiede a tutti di concorrere alle spese pubbliche “in ragione della loro capacità contributiva”, in un sistema “informato a criteri di progressività”. Per i forfettari la soglia si aggiorna e più dei prezzi, mentre per chi vive di stipendio o di pensione lo scaglione si sposta per un anno soltanto. Due metri per la stessa capacità contributiva e nessuno dei due viene da Bruxelles.
Sulla franchigia decidono i Ventisette, Italia compresa. Sugli adempimenti decide Roma, e la Legge di bilancio (per ora) non li tocca. Roma può, ma resta “in attesa” di Bruxelles.