Trattamento di fine servizio dei dipendenti pubblici, addio a attese e rateizzazione. Ma la riforma va a regime solo nel 2035
Il Trattamento di fine servizio per i dipendenti pubblici si prepara a una svolta normativa destinata a sanare una delle disparità più contestate nel mondo del lavoro. Per decenni, la liquidazione dei dipendenti pubblici ha subito un trattamento penalizzante rispetto al settore privato. L’erogazione è stata infatti caratterizzata da lunghe attese e da pagamenti frazionati. Una differenziazione che ha scatenato nel tempo una vasta mobilitazione sindacale e contenziosi giudiziari, fino ai verdetti della Corte Costituzionale. Il disegno di legge di Bilancio recepisce le sollecitazioni delineando una riforma che punta ad azzerare le finestre di sosta forzata e a superare la rateizzazione, con l’obiettivo di restituire certezza economica al personale statale al termine della carriera attiva.
La fine del differimento iniziale e il calendario verso il 2030
Il primo asse portante del provvedimento riguarda l’abbattimento del differimento iniziale di legge, cioè l’attesa forzata tra il giorno del pensionamento e il primo versamento dell’Inps. Attualmente, chi taglia il traguardo della pensione di vecchiaia o lascia l’ufficio per sopraggiunti limiti di età è costretto ad attendere dodici mesi, a cui si aggiungono novanta giorni concessi all’Inps per svolgere le pratiche amministrative e contabili. Per correggere tale asimmetria senza destabilizzare i saldi di finanza pubblica, il testo legislativo introduce una tabella di marcia quadriennale che ridurrà l’attesa di tre mesi all’anno per tutti coloro che matureranno i requisiti a decorrere dal 2027.
In base a questo schema, per chi cesserà l’attività nel 2027 la finestra di differimento scenderà a nove mesi complessivi, per poi contrarsi a sei mesi per le uscite del 2028 e ridursi a tre mesi appena per le cessazioni del 2029. La transizione si completerà a partire dal 2030, momento in cui il differimento di legge verrà completamente cancellato. Da quella data in poi, la liquidazione del Trattamento di Fine Servizio verrà disposta all’atto della cessazione, fatti salvi i soli tempi tecnici necessari all’istituto previdenziale per elaborare i conteggi.
L’addio graduale alle tranche e l’innalzamento delle soglie
Accanto al tema dei tempi di attesa, la manovra interviene in maniera incisiva sulla rateizzazione per le somme di importo più consistente, un vincolo introdotto nel 2010 nell’ambito delle misure di austerità e mai revocato. In base al quadro normativo attuale, l’incasso dell’indennità in un’unica soluzione è circoscritto ai trattamenti non superiori a 50.000 euro lordi, mentre le quote eccedenti vengono suddivise in due o tre rate annuali a seconda che il montante complessivo superi o meno i 100.000 euro. Per superare questo sistema, la riforma prevede un percorso graduale che prenderà il via nel 2031 e proseguirà fino al 2035 attraverso il costante innalzamento delle quote erogabili immediatamente. Nel 2031 il massimale corrisposto subito salirà a 60.000 euro, per poi toccare i 70.000 euro nel 2032, gli 80.000 euro nel 2033 e i 90.000 euro nel 2034. Il traguardo finale coinciderà con il 2035, anno in cui la rateizzazione verrà soppressa, permettendo ai dipendenti pubblici di percepire il TFS nella sua totalità e in un unico bonifico, a prescindere dall’importo maturato durante gli anni di servizio.
Coperture economiche, perimetro dei beneficiari e nodi ancora aperti
La necessità di cadenzare la riforma su quasi un decennio scaturisce dalle stringenti compatibilità di bilancio certificate dalla Ragioneria Generale dello Stato. L’accelerazione delle erogazioni comporta un impatto significativo sui flussi di cassa, quantificato in circa 4,18 miliardi di euro complessivi tra il 2027 e il 2036. Questo considerevole anticipo finanziario servirà a garantire le spettanze a oltre 36mila dipendenti pubblici che ogni anno escono dall’organico statale con importi medi vicini ai 100.000 euro. L’ampia dilazione temporale rappresenta il compromesso trovato dall’esecutivo: da un lato si avvia il recepimento della sentenza 130/2023 della Corte Costituzionale sulla tempestività dei pagamenti, dall’altro si spalmano le uscite per non gravare subito sulle casse dello Stato. Ciononostante, il disegno di legge lascia aperti diversi fronti critici, primo fra tutti l’esclusione di quanti ricorrono alle formule di pensione anticipata o rassegnano le dimissioni volontarie. Per queste categorie continueranno ad applicarsi i differimenti più gravosi, che possono dilatare i tempi di attesa da due a quattro anni prima di sbloccare il Trattamento di Fine Servizio. Anche per chi matura i requisiti prima del 2027 rimarrà valida la vecchia disciplina, configurando una disparità destinata ad animare il dibattito durante l’iter parlamentare.