Quando l’11 settembre 2001, incollata davanti al televisore, ho visto crollare le Torri Gemelle ho capito che dietro quella strage si annunciava una guerra vera, la peggiore di sempre. Una guerra senza confini, senza nemici dichiarati, senza regole. Oggi, saltellando con il telecomando da un canale all’altro, passo dal lungomare di Nizza ai fiori sul selciato al centro commerciale di Monaco, allo sguardo allucinato del siriano di Hansbach. E già mi sono scordata del massacro di Dacca, per non parlare del Bataclan. Gli assassini sembrano spuntare dal nulla, si muovono come dei pokemon impazziti sul web, solo i morti sono reali e restano sul selciato. A rassicurarci c’è il fatto che tutti o quasi questi giovani con vite disperate e vocazioni suicide hanno sofferto o soffrono di disturbi psichiatrici, se non fosse che nella storia non c’è attentato dagli esiti più drammatici che non sia passato per il lettino dello psicoanalista.

Gavrilo Princip, il bosniaco che il 28 giugno 1914 sparò contro l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, era di certo un esaltato. Con deliri nazionalisti. L’attentato, come si sa, innescò la prima guerra mondiale: morirono 9 milioni di soldati e 5 milioni di civili. Poi venne la seconda guerra mondiale, a scatenarla fu Hitler. Anche lui non stava troppo bene: sindromi maniacali, delirio di onnipotenza, in effetti fece le cose in grande: 55 milioni di morti. Tranquilli, queste cose non succedono più. Dopo quel bagno di sangue le bombe si sono fatte “intelligenti”, le guerre sono proseguite ma a bassa intensità e da decenni si preferIsce affidare le criticità della storia ad attentatori solitari, ugualmente pazzi ma a colpo singolo. Lee Harvey Owald che a Dallas avrebbe sparato (il condizionale dopo mezzo secolo è ancora d’obbligo), a John Fitzgerald Kennedy aveva manifestato disturbi già nel periodo scolastico tanto da essere sottoposto a perizia psichiatrica.

La verità è che ad essere impazzito è il mondo, l’Occidente si trova a fare i conti con i suoi errori, le sue frustrate aspirazioni egemoniche che mal si conciliano con la crisi economica che l’attraversa, mentre la globalizzazione ha capovolto la geografia dei profitti. Dopo il crollo delle Torri gemelle, George W. Bush, il ragazzo Pon Pon della Junta petrolifera come lo definì Gore Vidal, annunciò che iniziava una “lotta al terrorismo senza fine”. Sono passati 15 anni ma la lotta al terrorismo non ha dato grandi frutti, almeno finora. La verità è che questa strana terza guerra mondiale, a bassa intensità, proseguirà ancora a lungo prima di ristabilire un ordine duraturo. Del resto lo diceva pure Totò Riina che bisogna fare la guerra per fare la pace. Una di quelle guerre in cui tutto deve cambiare perché nulla cambi.

Il vero mistero di ogni terrorismo sono le armi. Se si volesse davvero sconfiggerlo bisognerebbe battere questa strada, ma a quanto sembra non si può. Da dove vengono, chi le fornisce, a chi le fornisce, chi addestra i terroristi. In altri periodi, quando si è cercato di capirlo, le scoperte sono state imbarazzanti. Nel mio ultimo libro, che vedi tu ho titolato proprio Stragi, ho cercato di ricostruire il fuoco pirotecnico degli anni Novanta quando in Italia sono scoppiate le ultime bombe, ultime di una lunga serie, perché quando ancora avevamo un ruolo strategico nella lotta al comunismo, il nostro paese è stato il laboratorio di terrorismi vari. Ma dal ’93 di stragi in Italia non ce ne sono più state, siamo caduti in un sonno. Cosa accadrà domani non si sa, ma se mai scoppieranno altre bombe queste non potranno che essere l’ultima tappa del terrore che attraversa l’Europa.

Ogni tanto l’Isis ci manda un segnale, qualche mese fa annunciò che intendeva sventolare la sua bandiera nera sulla cupola di San Pietro, minaccia alla quale i romani hanno reagito con il consueto sarcasmo. Non dovrebbe essere difficile trovare un kamikaze fai da te anche qui, ma c’è un problema. Sembra che la mafia non gradisca e tornano in mente le parole di Nino Giuffrè, guardiaspalle del defunto Provenzano. Il boss, detto Manuzza, nel corso di vari processi ha descritto i rapporti che Cosa nostra ha da sempre con il mondo arabo. «Noi non chiudiamo le porte a nessuno, posso dire che vi sono relazioni fra la mafia e i terroristi del mondo arabo. Quando gli interessi dei mafiosi convergono, vengono fatte le alleanze… e nel momento in cui la mafia tratta, tratta affari, tratta droga, tratta armi, ha nelle mani tutte quelle cose illegali che passano dietro le quinte, lì dove ci sono persone che sono state nei servizi segreti, e alcuni di loro, anche in contatto con frange estremiste e terroristiche». C’è soltanto da sperare che, se mai lo Stato islamico dovesse spiaggiarsi sulle nostre coste, il Califfo spedisca in Sicilia il suo Lacky Luciano.