Mea culpa e autoanalisi, giorno numero 4. Nel Pd oggi tocca al ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia, innanzitutto. “Il voto ci dice una cosa chiara: nella mia città, che non è l’ultimo borgo d’Italia, siamo stati rottamati dai cittadini. Il Pd non ha saputo ascoltarli. E ci hanno punito”. Dà ragione Romano Prodi, dice, che ha spiegato la sconfitta del Pd con la mancata “attenzione all’ingiustizia sociale”. Sottolinea, infine, che se a Roma “il tappo” è Matteo Orfini – presidente nazionale del partito – allora “si dimetta da commissario” romano. Orfini dovrebbe dimettersi perché “non ci possiamo più permettere ostacoli al cambiamento. In città c’è una classe dirigente giovane, agisca. Ma senza aspettare che qualche capo corrente la candidi”. Cambia la narrazione, cambiano i toni, tutto si rimescola. Si era già visto con la newsletter di Matteo Renzi che ha parlato di ascolto del territorio e dei cittadini e disuguaglianze soprattutto nei ceti medi. Si nota con il governo traballante al Senato, con Area Popolare e verdiniani che votano con Forza Italia. Il più ruvido è il renziano della prima ora Matteo Richetti: “I cerchi magici hanno già rovinato Bossi e Berlusconi: ora non vogliamo che rovinino anche Matteo Renzi”. Per Richetti “le critiche costruttive aiutano, anche se per molti la critica costruttiva vuol dire remare contro. Io la penso così, a differenza di chi non dà nessun contributo e si dice sempre d’accordo”.

Tenta di frenare il vicesegretario Lorenzo Guerini: “Io tengo sempre scolpita a mente una frase di Alda Merini che dice: ‘Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire’. Consiglierei a tutti più sobrietà nelle dichiarazioni. Orfini si è assunto la responsabilità di commissario di Roma dopo Mafia Capitale e lo ha fatto con grande impegno e determinazione, di cui va solo ringraziato”. Guerini definisce il contenuto delle riflessioni del ministro “oltremodo sbagliato” e invita a “finirla con questo dibattito, un po’ surreale, sul post elezioni di Roma: lavoriamo per ripartire e più che discutere tra di noi e su noi stessi, riprendiamo a confrontarci con i cittadini romani”.

Ma “in questo momento tutti gli schemi di gioco sono saltati. E bisogna avere l’umiltà di riconoscerlo” aggiunge il ministro Madia. Gli schemi saltano a tal punto che Emanuele Fiano, renziano in quota Franceschini, peraltro componente della commissione Affari costituzionali  Montecitorio, dice quello che fino a qualche settimana fa sembrava impronunciabile: “Sull’Italicum penso che verrà fatta una riflessione. Sarà Renzi a decidere se affrontare questo tema”. Certo, “nelle periferie romane se modifichiamo o meno l’Italicum la vita dei cittadini non cambia”, ma “sulla legge elettorale va fatta una riflessione. Noi abbiamo pensato l’Italicum in un momento diverso. Credo che Renzi farà una riflessione seria e aperta su tutto questo a partire da domani durante la direzione nazionale del Pd”.

Il coro di dolore prosegue con Roberto Giachetti, sconfitto dalla sindaca Virginia Raggi. “Questo partito – dice Giachetti – deve diventare di nuovo un luogo di attrazione per chi vuole fare politica. Abbiamo toccato il fondo: ricominciamo dai comitati di quartiere, dalle reti dei cittadini senza piangerci troppo addosso e facendo tesoro della cavolate fatte in passato. Non basta andare in periferia solo in campagna elettorale”. Al Messaggero il deputato democratico parla di Orfini “in scadenza”. Smarcarsi dal Pd, nella corsa al Campidoglio, non è servito: “Ho imposto una linea di assoluta rottura con quel che è accaduto negli anni passati. Liste pulite, facce nuove, rottura con un sistema di un certo tipo”.

Giachetti specifica di non essersi sentito tradito da nessuno “tranne che da D’Alema” e proprio all’ex presidente del Consiglio – che al Corriere della Sera aveva detto che Renzi aveva rottamato i dirigenti ma anche alcuni milioni di elettori – risponde il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti. “La prima cosa che ho pensato dopo aver letto l’intervista è che non sono d’accordo con lui. Innanzitutto sul modo in cui imposta i problemi”. De Vincenti invita l’ex leader a non “dimenticare che l’interesse generale del Paese viene prima di interessi di parte o convinzioni personali”. Per De Vincenti il problema comunque c’è: il governo deve “raccogliere il segnale di protesta ma anche di richiesta che viene dalle periferie”.