Un tutor per Silvio Berlusconi. Questo è il piano di Marina. In tutta la ridda di ipotesi che si sono fatte in queste ore sul futuro dell’ex Cavaliere – che martedì 16 giugno subirà un delicato intervento al cuore – e quello di Forza Italia, per ora l’unica certezza è che la figlia di Berlusconi non ne vuole più sapere di cerchi magici. E’ a Maria Rosaria Rossi, Francesca Pascale e Alessia Ardesi che la presidente della Fininvest imputa il rischio di morte corso dal padre. Loro che, nel lungo week end elettorale, l’hanno portato ad Aversa e poi a Ostia e poi ancora a votare, al seggio di Roma, quando era già in condizioni critiche. “Non le vuole più vedere né sentire. Marina riprende in mano la vita di suo padre”, racconta un’autorevole fonte di Forza Italia. E così, dopo l’operazione, la figlia dell’ex Cavaliere ha deciso che la convalescenza avverrà necessariamente ad Arcore, dove lei potrà fargli visita anche tutti i giorni, tenendolo sotto controllo.

Ma anche quando Berlusconi starà meglio e tornerà a Roma, Marina non lo vuole più lasciare nelle mani di quelle che finora gli controllavano perfino le telefonate e gestivano la sua agenda. Così si sta pensando a un tutor che risponda direttamente a lei: le ipotesi vedono un ritorno in campo della storica segretaria Marinella oppure, a sorpresa, di Paolo Bonaiuti, che però sta in Ncd e sembra non abbia intenzione di tornare in Forza Italia. Di individuare la persona giusta si stanno occupando anche quelli che Marina considera le uniche persone fidate intorno a suo padre: Fedele Confalonieri, Gianni Letta e Niccolò Ghedini. Francesca Pascale potrà restare, ma solo sotto il diretto controllo della presidente Fininvest.

Questo per quanto riguarda Berlusconi. Che, se tutto andrà bene, d’ora in poi sarà comunque un leader a mezzo servizio (“non voglio vederlo mai più sopra un palco a fare comizi”, ha sentenziato Marina). Per il partito, invece, la situazione è diversa. E molto complicata. Innanzitutto per mancanza di soldi. Se ne sono accorti i candidati alle amministrative, che hanno dovuto tirar fuori i soldi di tasca propria per pagare non solo i manifesti, ma anche una persona che rispondesse al telefono al comitato elettorale. Da mesi, prima del malore del Cav, c’è un piano per rilanciare il partito attraverso un direttorio di cui dovrebbero far parte Giovanni Toti, Mariastella Gelmini, Paolo Romani, Renato Brunetta, Maurizio Gasparri e Altero Matteoli.

L’idea era quella di rilanciare Fi costringendo tutti i parlamentari a versare un pesante obolo nelle casse per ridare vita a un minimo di struttura organizzativa, con sedi, telefoni, personale. Ora è probabile che questo piano, partito mesi fa, subisca un’accelerazione. La logica, visto il risultato delle urne, spingerebbe verso un asse Gelmini-Carfagna, reduci da un grande successo di preferenze alle comunali. Se le due troveranno un accordo, sarà così. Ma al momento a dividerle c’è il rapporto con la Lega: per Gelmini un rilancio di Forza Italia passa necessariamente per un’alleanza strategica con Matteo Salvini; per la Carfagna, invece, bisogna riallacciare con Angelino Alfano e gli altri pezzi di centrodestra. Il direttorio probabilmente si farà, ma al momento non ci sarà un primus inter pares. Chiaro, però, che anche se non sarà messo nero su bianco, Gelmini sarà il punto di riferimento dell’asse del Nord, mentre Carfagna guiderà l’agguerrito fronte del Sud.

L’idea di fondo è dare vita a qualcosa di nuovo, con un nome diverso e una convention prevista per l’autunno, dopo il referendum costituzionale. Un nuovo partito berlusconiano che possa attrarre tutti i centristi scontenti della linea Alfano e contrari all’appiattimento sul Pd renziano (anche se oggi, a sorpresa, davanti ai giovani di Confindustria il ministro dell’Interno ha ipotizzato un appoggio esterno al governo di Ncd in autunno. Vuole rientrare anche lui in partita?): Maurizio Lupi, Renato Schifani, Mario Mauro, Raffaele Fitto, Gaetano Quagliariello e addirittura Flavio Tosi guardano interessati. Con un grande punto interrogativo su Denis Verdini, che tornerebbe tra gli azzurri solo con un ruolo di guida che nessuno si sogna di concedergli.

“Vedremo se tra tanti colonnelli verrà fuori un generale”, dice Confalonieri al Corriere della Sera, evidentemente scettico sulle capacità di leadership dei big azzurri. E infatti gli unici due nomi che circolano come possibili numeri uno – nessuno naturalmente vuole chiamarli successori – sono personaggi fuori dal partito: Stefano Parisi e Alfio Marchini. Il primo ha acquisito prestigio per la grande rimonta su Sala a Milano e, se diventerà sindaco, sarà sicuramente un nuovo punto di riferimento. Con Marchini, invece, Berlusconi ha consolidato il rapporto (“di grande stima e affetto personale”, raccontano) proprio in queste settimane di campagna elettorale romana. Parisi e Marchini, dunque, potrebbero essere i nomi dei generali cui pensa Confalonieri.

Tutto questo, dunque, si agita nel futuro di Forza Italia e intorno a Berlusconi, che davvero ora, per raggiunti limiti di età, sarà chiamato a quel ruolo di padre nobile che aveva sempre rifiutato. Il problema, però, sono i soldi. Perché al momento le casse sono vuote. “Ma lo sa che se un giovane vuole avvicinarsi a noi, e Dio sa quanti ce ne vorrebbero per ridare linfa a un partito morente, non sa nemmeno che numero di telefono chiamare…?”, conclude sconsolata la nostra fonte.