A metà strada verso la leggenda. Conquistando il Roland Garros 2016, Novak Djokovic ha finalmente sfatato la maledizione di Parigi (tre finali perse, prima di ieri) e messo in bacheca l’ultimo trofeo che gli mancava. Quando l’ultimo rovescio di Andy Murray si è fermato sulla rete, consegnando la vittoria al serbo, tutto il pubblico del Philippe-Chatrier si è alzato in piedi, consapevole di essere testimone di un momento storico. Soprattutto, di un momento che potrebbe aprire le porte alla storia vera: il completamento del Grande Slam, la vittoria di tutti i tornei major nello stesso anno. Impresa che nell’era Open è riuscita solo una volta, a Rod Laver nel 1969.

Fino ad oggi, nessuno – nemmeno i campionissimi – è stato in grado di bissare quel traguardo, in un tennis sempre più logorante, che ha ritmi ben diversi da quelli dei decenni passati. Ci sono andati vicini Nadal e Federer. E l’anno scorso lo stesso Djokovic, fermato sul più bello da Wawrinka al Roland Garros. Adesso che il tabù Parigi è caduto, la sensazione è che questa possa essere davvero la stagione buona. Il numero uno del mondo a gennaio ha già vinto l’Australian Open (in finale sempre contro Murray), ora è a metà dell’opera: mancano Wimbledon a luglio e poi Flushing Meadows a settembre.

Il lascito del Roland Garros 2016 è ovviamente il trofeo tanto inseguito dal serbo. Ma soprattutto una ribadita sensazione di superiorità: nelle due settimane parigine, Djokovic ha lasciato per strada appena due set, uno contro Murray e l’altro contro Bautista-Agut. In nessuna circostanza è apparso in difficoltà, nemmeno in finale dopo aver perso il primo parziale. Che l’Open di Francia sarebbe finito nelle sue mani non è mai stato in discussione. Perché in questo momento il numero uno del mondo è due spanne sopra tutti: semplicemente non ha rivali. E il suo unico antagonista attuale, Andy Murray, è un perfetto numero due: sconfitto 13 volte su 15 negli ultimi tre anni, anche dal punto di vista tattico e tecnico non ha le armi per impensierirlo. Finché sarà lui l’avversario da battere, Djokovic avrà vita facile.

Paradossalmente, è più semplice che perda qualche torneo minore (come è successo a Roma) che in uno Slam, dove pure la pressione è enorme: è proprio sulla distanza dei 5 set che il suo strapotere psico-fisico diventa quasi imbarazzante, inattaccabile. Per questo il serbo partirà favoritissimo anche a Wimbledon e negli Stati Uniti. In autunno, sul cemento, la superficie da lui preferita, batterlo sarà quasi impossibile. Ma da bi-campione in carica di Wimbledon, ormai è di casa anche sull’erba. Chi potrà fermarlo? Murray a Londra lo ha già battuto, ma era il 2013: da allora solo sconfitte negli Slam. L’erba resta il regno di Federer, che però ci ha perso due finali meravigliose nel 2014 e nel 2015; oggi ha un anno in più sulle spalle (e tanti problemi alla schiena, che l’hanno costretto a saltare Parigi). Ci vorrebbe quasi una resurrezione, di qui a poche settimane. Oppure un miracolo, un exploit di un giovane o di un outsider (a Wimbledon non sono mai mancati, specie nei primi turni quando l’erba è alta e più imprevedibile). La verità, però, è che Djokovic a questo punto deve temere soprattutto se stesso. O la sfortuna: un infortunio, un raffreddore inopportuno, una giornata no. Solo questo fa paura al più forte. Che adesso può diventare il più forte di sempre.

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