Il 6 agosto 1945 alle ore 8:15, un aereo statunitense sganciò la bomba atomica denominata Little Boy sulla città giapponese di Hiroshima. 70mila persone morirono all’istante, altre 70mila  rimasero ferite. Tre giorni dopo, sganciano un’altra bomba Fat Man su Nagasaki, un’altra città giapponese. Nagasaki fu scelta solo perché la visibilità era migliore rispetto ad un altro obiettivo prescelto. Lo sgancio però non fu preciso e la bomba brillò in una zona della città difesa da una catena montuosa. Nonostante ciò morirono subito 40.000 persone e molte altre migliaia rimasero ustionate. Complessivamente, gli effetti delle due atomiche hanno causato l’uccisione di almeno 300.000 civili.

A Hiroshima l’esplosione della bomba generò, in 10 secondi, un’onda d’urto che rase al suolo gran parte della città uccidendo all’istante 70.000 persone. 70.000 persone che transitarono dalla vita alla morte senza rendersene conto, travolti da una vera e propria tempesta rovente che avanzò a 800 km all’ora. Forse, quel giorno, essi furono i più fortunati. Dei privilegiati rispetto alle tante migliaia che morirono in un secondo momento. E’ davvero difficile pensare cosa abbiano provato quegli uomini e quelle donne che si apprestavano ad andare a lavorare o accompagnare i bambini a scuola. Non esistevano neppure le immagini di esplosioni atomiche, nessuno dei cittadini di Hiroshima aveva visto una tale luce o udito un tale suono così improvviso e devastante.

Pochi minuti dopo lo scoppio, nelle zone adiacenti all’epicentro, donne e bambini con i capelli inceneriti, gli arti semi carbonizzati, iniziarono a vagare nel buio, tra gli scheletri dei palazzi con la pelle a brandelli come in un film horror. Molti sopravvissuti raccontano di aver visto donne, uomini e bambini che per mitigare il dolore della pelle che si squagliava procedevano con le braccia distanti dal corpo, tese in avanti. Migliaia di esseri umani all’improvviso furono trasformati in zombie. Sconvolti da quell’improvviso giungere sulla terra di un infermo scaturito dalla più devastante arma di distruzione di massa che la storia dell’uomo avesse mai avuto. Senza più la città intorno, senza punti di riferimento in un caldo torrido e colpiti da una forte pioggia radioattiva nera, i sopravvissuti vagarono senza meta, poi molti, sperando di fermare le bruciature, si gettarono nel fiume che in alcuni punti però ribolliva e ben presto si riempì di cadaveri che galleggiavano. Per diversi giorni l’inferno si trasferì in Giappone.

Se si è giunti a diffondere tanto dolore su uomini, donne e bambini del tutto innocenti, è evidente che il potere élitario che dominava e domina negli Usa è profondamente marcio. I gerarchi statunitensi avevano saputo cosa aveva prodotto l’esplosione di Hiroshima, ma, nonostante ciò, tre giorni dopo hanno replicato a Nagasaki. Il vero obiettivo delle atomiche non era il Giappone, oramai quasi in ginocchio militarmente, ma Mosca. L’Urss doveva ricevere un avvertimento chiaro. Le guerre e i crimini successivi dopo quelle due esplosioni sono solo il continuo di un percorso teso a istituire un ordine al di fuori del quale non si può essere neutrali ma solo nemici.

Barack Obama, in questi giorni, dopo 71 anni dal primo lancio, ha fatto visita a Hiroshima. I suoi proclami antinucleari sono stati lodevoli, peccato che però siano solo proclami. Obama in questi otto anni non è stato un inserviente della casa bianca ma il presidente. Allora perché, da premio Nobel per la Pace, non ha denuclearizzato il proprio paese? O almeno ridotto le quasi 3000 bombe atomiche in possesso degli Usa? La realtà è che è quasi impossibile. Non gli sarebbe permesso. Le armi statunitensi servono per colonizzare popoli come di recente è stato fatto in Iraq, Afganistan e Libia. I signori della guerra sono la prima lobby ed esercitano un potere invisibile, maggiore di quello di un semplice presidente. Un presidente che svolge il ruolo di generare l’illusione che viga una democrazia sostanziale e non solo formale.

Obama, nella sua visita in Giappone, doveva chiedere perdono, non ha rivolto nemmeno le scuse. Dimostrazione che non è un vero uomo di pace, diversamente da Papa Francesco, che ha avuto più volte l’umiltà di chiedere perdono come di recente ha fatto con gli indios per essere stati incompresi e ed esclusi. Obama invece, nonostante il riconoscimento conferitogli a Stoccolma, ha intensificato gli attacchi in Afghanistan, usato i droni per attaccare paesi sovrani come il Pakistan e lo Yemen e non ha chiuso Guantanamo. Nonostante tutto Obama è stato, rispetto al passato, un presidente migliore tenendo presente i pochi margini di manovra che può avere la politica odierna. E, dopo Obama, con il bullo Trump e l’arrivista Clinton si prefigura un futuro molto più nefasto.