Oltre 3 milioni di cittadini europei vivono nel Regno Unito e più di 1,2 milioni di britannici vivono in un qualche paese dell’Unione europea. Che cosa succederà soprattutto ai primi nel caso di una Brexit, l’eventuale uscita del Regno Unito dal recinto comunitario in seguito al referendum del prossimo 23 giugno, è ancora avvolto parzialmente nel mistero e dipenderà soprattutto dalla modalità di divorzio fra Londra e Bruxelles. Il peggior scenario, intanto, e tutti sembrano d’accordo, è quello che vedrebbe i cittadini comunitari dover richiedere un visto per restare nel regno di sua maestà la regina Elisabetta II: un visto molto probabilmente legato al lavoro e che, in caso di disoccupazione prolungata, verrebbe ritirato senza alcuna pietà. E la pratica potrebbe essere in un certo modo ‘evitata’ solamente chiedendo la nazionalità britannica (per chi è già residente da più di cinque anni, e gli accordi con l’Italia consentono la doppia nazionalità) oppure sposando un cittadino britannico. Intanto, rassicurano analisti e commentatori, nel caso di una Brexit, per almeno due anni tutti i trattati esistenti dovrebbero rimanere operativi, così i diritti dei cittadini comunitari che vivono al di là della Manica. Però, nel Regno Unito, diversi studi legali specializzati in pratiche migratorie riscaldano comunque i motori e affilano le armi. In uno di questi lavora come direttore dei legali Adam Laws, dello studio Carter Law Solicitors Ltd., con uffici a Manchester e Londra. Ed è proprio come esperto di materie fiscali e migratorie che Laws ha tracciato per IlFattoQuotidiano.it un probabile scenario di quello che potrebbe succedere a un cittadino italiano residente nel Regno Unito nel caso di una Brexit.

Residenza e permanenza, servirebbe nuovo accordo con Bruxelles
“C’è un problema per i cittadini comunitari e italiani e cioè che questi, a Brexit avvenuta, sarebbero considerati come presenti sul territorio senza un valido visto, considerando che in precedenza non era previsto. Tecnicamente, quindi, questi cittadini sarebbero immigrati illegali e quindi soggetti persino a rimpatrio”. E il lavoro, ha spiegato Laws, non farebbe tanto la differenza. “Non sarebbe questo il caso – ha continuato – e l’avere un lavoro non sarebbe risolutivo. Senza un accordo sullo status dei comunitari dopo l’uscita dall’Ue, tutti gli immigrati, sia impiegati che disoccupati, sarebbero illegali”. Tecnicismi a parte, il caos nei primi anni si concretizzerebbe soprattutto ai porti di ingresso nel Regno Unito, come aeroporti, scali di traghetti e ferroviari, come la stazione St. Pancras di Londra dove arrivano gli Eurostar da Parigi e da Bruxelles. “I migranti europei sarebbero soggetti agli stessi controlli del passaporto obbligatori per i cittadini degli altri Paesi del mondo, a meno di accordi specifici. Al momento non si entra con un visto se si è europei, e anche se il Regno Unito non fa parte di Schengen, il controllo passaporti per gli europei è sottoposto a minor scrutinio e ha anche delle corsie privilegiate”. Tempi lunghi, quindi, in caso di Brexit, e ingresso non garantito ma a discrezione dell’ufficiale davanti al quale ci si ritroverà.

Lavoro, tornerebbero i visti. E rimpatri dietro l’angolo
“Senza un accordo specifico in essere – ha aggiunto Laws – i migranti comunitari potrebbero lavorare nel Regno Unito solamente con certi tipi di visti. E senza una libertà di movimento delle forze del lavoro verso il Regno Unito, probabilmente tornerebbero in essere anche i visti per i lavoratori poco qualificati”. Di sicuro, una cosa è certa. Se la permanenza sarà legata ai visti, “molti di questi permessi avranno delle restrizioni, il che significa che i possessori di visti potranno stare nel Regno Unito solamente se impiegati in posti considerati produttivi”. Altrimenti, appunto, il rimpatrio sarebbe subito dietro l’angolo. In caso di Brexit, “ci sarebbe inizialmente un periodo di instabilità e di aggiustamenti su entrambi i fronti”. E con tutti gli europei arrivati negli ultimi anni, “se questi fossero costretti a emigrare nuovamente verso i loro Paesi di origine, ci sarebbe un contraccolpo per l’economia britannica, così come per quella dei Paesi europei che dovrebbero riaccogliere questi loro cittadini”. Uno scenario caotico anche per l’Italia, quindi.

Welfare, a rischio assegni di disoccupazione e sgravi fiscali
Ancora una volta, dipenderà dagli eventuali accordi post-Brexit. Di sicuro, “nel caso i migranti europei siano trattati così come sono trattati al momento i non comunitari, allora non potrebbero accedere ai fondi pubblici per gli assegni di disoccupazione o per gli sgravi fiscali”. Al momento, appunto, ha aggiunto Laws, “i Paesi europei non possono applicare differenti regimi ai cittadini naturalizzati e a quelli di altri paesi dell’Unione”. Così, venuto meno questo principio, verrebbero a sparire quasi sicuramente i “benefit” (così sono chiamati nel Regno Unito gli aiuti di Stato) per i disoccupati comunitari, nonostante diversi studi statistici abbiano confermato come gli italiani in genere non siano dei grandi fruitori di assegni di disoccupazione, privilegiando invece aiuti come sostegno all’affitto o sgravi fiscali. Infine, la sanità pubblica, che rientra pienamente nel welfare e che nel Regno Unito è garantita dall’Nhs, il National Health Service. “I cittadini comunitari che saranno nel paese con un visto – ha concluso Laws – potranno utilizzare i servizi di sanità pubblica, ma probabilmente certi tipi di visto potranno prevedere il pagamento di una quota determinata a favore dell’Nhs”. Sanità pubblica, quindi. Ma a pagamento.