E’ uscito nelle librerie americane, “So Much to Be Done” (C’è ancora tanto da fare), raccolta di scritti di Barbara Brenner, la più grande attivista del movimento contro il cancro al seno degli Stati Uniti. Per oltre 15 anni è stata alla guida dell’organizzazione Breast Cancer Action, con sede a San Francisco, e ha svelato al grande pubblico le cause ambientali della malattia e le sue conseguenze sociali. Brenner ha lanciato Think Before You Pink, progetto di riferimento critico sulle campagne rosa sul cancro al seno e la sua commercializzazione, prima di morire nel 2013 di sclerosi laterale amiotrofica, contribuendo al dibattito anche su questa malattia.

Barbara BrennersIl progetto Think Before You Pink è stato avviato 14 anni fa in risposta alle preoccupazioni sul crescente fenomeno dei prodotti del cosiddetto “nastro rosa” (pink ribbon), che vengono venduti con promessa di raccolta fondi e sensibilizzazione sul tumore al seno. Come si vede in modo dettagliato dal sito, vengono messe in discussione una serie di campagne avviate negli Stati Uniti, l’ultima Look Good, Feel Better (Se sei bella, ti senti meglio). “Il Personal Care Products Council e l’American Cancer Society portano avanti workshop che danno suggerimenti di bellezza e trucchi in omaggio alle donne in cura per il cancro. Il lato negativo è che molti dei prodotti contengono sostanze chimiche associate a un incremento del rischio di cancro, alcune delle quali possono anche interferire con il trattamento. Chiediamo a queste industrie multimilionarie di farla finita con il pinkwashing e iniziare a proteggere la salute delle donne”.

Con il termine “pinkwashing”, coniato proprio da Breast Cancer Action, “si intende una società o un’organizzazione che sostiene di avere a cuore la lotta contro il cancro al seno, promuovendo prodotti col nastro rosa, ma che allo stesso tempo produce, fabbrica e/o vende prodotti che sono collegati al tumore”. Per capire come comportarsi di fronte al pinkwashing, è bene procedere con spirito critico e farsi qualche domanda (suggeriscono dal sito). “Il ricavato andrà davvero a supporto di un programma contro il cancro al seno? E quanto? Che organizzazione prenderà i soldi? Cosa ne faranno dei fondi raccolti e in che modo serviranno per combattere l’epidemia di tumore al seno? C’è un ammontare massimo che l’azienda donerà? È già stato raggiunto? Questo acquisto mette me o qualcuno che amo a rischio di contatto con tossine legate al cancro? Che cosa sta facendo l’azienda per assicurarsi che i suoi prodotti non contribuiscano all’epidemia?”.

Il fenomeno dei nastri rosa è anche al centro delle ricerche della sociologa medica Gayle A. Sulik, fondatrice e direttrice del Breast Cancer Consortium, che ha condotto una ricerca storica ed etnografica, pubblicata dalla Oxford University Press, intitolata “Pink Ribbons Blues. Come la cultura del cancro al seno danneggia la salute delle donne”. Il testo mostra che mentre vengono promosse marce, corse e vendite di prodotti, l’incidenza del cancro al seno continua ad aumentare, mentre chi stigmatizza la mercificazione della malattia viene messo all’angolo.

Sul tema è stato realizzato inoltre un documentario Pink Ribbons Inc. della regista e sceneggiatrice canadese Léa Pool, che indaga le forme e gli obiettivi del marketing solidale e dell’industria intorno alla malattia. Il video è stato sottotitolato e portato in Italia grazie al lavoro di italiane e spagnole, tra cui la fondatrice del blog Le Amazzoni Furiose, Grazia De Michele, prima attivista ad applicare all’Italia il metodo delle americane. “Le donne di tutto il mondo devono moltissimo a Barbara Brenner. Sotto la sua guida, Breast Cancer Action è diventata la prima e unica organizzazione impegnata contro il cancro al seno a non accettare donazioni dalle corporations, comprese le case farmaceutiche. ‘BCAction non si può comprare’, amava ricordare Barbara. Possiamo fidarci”.