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“Picchiano anche le persone ferite”. “Noi violentate di continuo e ammanettate”: 33 testimonianze raccontano la tratta di donne migranti tra Tunisia e Libia

Il dossier è realizzato dal team di ricercatori internazionali RR[X] con il sostegno di Asgi, Border Forensics, The Routes Journal, On Borders e Melting Pot Europa. Le interviste sono state raccolte da dicembre 2024 a febbraio 2026
“Picchiano anche le persone ferite”. “Noi violentate di continuo e ammanettate”: 33 testimonianze raccontano la tratta di donne migranti tra Tunisia e Libia
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“Vi porteremo in Libia, vi venderemo in Libia”, ridevano le guardie, prima di concretizzare queste loro minacce. Una delle testimoni del nuovo rapporto Women State Trafficking ricorda così i giorni passati in quelle che definiscono “gabbie”, alla frontiera tunisina; tra taser puntati addosso, perquisizioni, insulti e uomini “picchiati fino a quando stavano per morire”. Il report, pubblicato oggi sul sito statetrafficking.net, raccoglie 33 nuove testimonianze sulle espulsioni, le violenze e vendita di donne nere migranti tra Tunisia e Libia. In attesa della presentazione istituzionale prevista mercoledì prossimo al Parlamento europeo, il dossier aggiunge un dettaglio decisivo alla “tratta di Stato” già denunciata lo scorso anno: quel mercato di esseri umani continua, e sulle donne prende una forma ancora più violenta.

“Quando siamo arrivati nella loro prigione ci hanno fatto alcune domande. Poi siamo rimasti lì tre giorni. Il terzo giorno ci hanno messo su un autobus per portarci vicino al confine con la Libia. Gli uomini erano nella gabbia per cani. Picchiavano anche le persone ferite”. La testimone che parla è CRN, la cui identità è protetta come quella delle altre persone ascoltate dai ricercatori. Un’altra donna, racconta che una volta ristrette nei centri di detenzione in Libia “non mangiano normalmente, non bevono normalmente” e sono costrette a bere “l’acqua che scorre nei bagni“. L’umiliazione è l’elemento ricorrente di tutte le violenze e descrive un clima di sottomissione e disumanizzazione.

Il dossier e le testimonianze

Il dossier è realizzato dal team di ricercatori internazionali RR[X] con il sostegno di Asgi, Border Forensics, The Routes Journal, On Borders e Melting Pot Europa. Le interviste sono state raccolte da dicembre 2024 a febbraio 2026: 19 riguardano donne, tra cui tre minori; 14 uomini, tra cui tre minori. Tredici donne sono madri di bambini piccoli o neonati, cinque erano incinte durante arresto ed espulsione. I ricercatori hanno scelto di restare anonimi per ragioni di sicurezza.

Il lavoro di ricerca, documentazione e verifica delle testimonianze è in continuità con il dossier del gennaio 2025, che aveva già ricostruito cinque fasi della filiera: arresti arbitrari in Tunisia, trasporto verso la frontiera, detenzione nei campi tunisini, passaggio a gruppi armati libici, prigionia fino al pagamento del riscatto. Il nuovo rapporto conferma quel quadro e mette a fuoco il particolare accanimento sul corpo delle donne, “la sua svalutazione pubblica e il suo sovrapprezzo nel mercato dello sfruttamento”.

Le 59 operazioni di espulsione collettiva documentate dal giugno 2023 al dicembre 2025 permettono ai ricercatori di stimare in almeno 7.400 le persone finite nella “tratta di Stato” tra Tunisia e Libia.
Tutti i 33 nuovi testimoni riferiscono di essere stati “venduti come merce umana alla frontiera libica in cambio di denaro, carburante, droga”. È il dato che tiene insieme i due rapporti: “non un abuso collaterale al controllo delle frontiere, ma una filiera che trasforma persone in scambio, debito e profitto”.

“Le donne costano di più”, riportavano già alcune testimonianze diffuse nei mesi scorsi. Questo nuovo lavoro di ricerca prova a spiegare perché. Nella tratta “il corpo delle donne assume un valore superiore”, sia nella “vendita all’ingrosso” gestita dagli apparati tunisini sia nella “vendita al dettaglio” dentro l’arcipelago detentivo libico. Le donne sono “merce pregiata“, vengono conteggiate a parte, separate da uomini, mariti e padri dei loro figli, e rivendute meglio perché il mercato finale è quello del lavoro sessuale forzato e della schiavitù domestica.

La cattura e le violenze

Il primo anello della catena di “disumanizzazione, violenza e prostituzione” è quella che viene definita “cattura”, dal momento che non può definirsi una procedura di arresto legittima. Questi fermi, basati sul colore della pelle, colpiscono anche persone con documenti, passaporti o protezione internazionale. Vengono sequestrati denaro e telefoni, distrutti i documenti, “tutti vengono perquisiti e trasferiti su su autobus o su camion usati per bestiame“. Un minorenne racconta di essere stato caricato in un mezzo “pieno di rifiuti… cacca ovunque all’interno… servivano per trasportare animali, cammelli e bovini”. Un altro testimone, chiuso in un hangar con altre 200 persone, racconta che le guardie hanno lanciato gas lacrimogeni dentro la struttura e poi costretto alcuni detenuti a cantare, ballare o combattere tra loro “come se fossimo dei gladiatori”.

Poi vengono le violenze sessuali. Il rapporto le definisce strutturali “in ogni fase del percorso”: negli uliveti attorno a Sfax, nelle intercettazioni in mare, nel porto militare, sugli autobus, nelle caserme tunisine, al confine, nelle prigioni libiche e nei luoghi di sfruttamento successivi. Le donne raccontano stupri durante le retate negli accampamenti e nelle strutture del porto di Sfax. Le perquisizioni intime, scrivono i ricercatori, sono eseguite da uomini in divisa, spesso davanti a tutti, e non risparmiano le minori. Sui bus verso la Libia, molte donne spiegano di essere state ammanettate con fascette insieme ai figli. Nelle caserme della Guardia nazionale tunisina, soprattutto a El Meguissem, le testimonianze parlano di cani, taser, pestaggi, gabbie sotto i tralicci dell’alta tensione.

L’assenza di cure

Una parte del rapporto è dedicata all’assenza di cure, scelta come ulteriore “tecnica di coercizione ai limiti della tortura”. Donne incinte restano senza assistenza, dolori addominali e contrazioni vengono ignorati, le richieste di farmaci restano senza risposta, i bambini vivono senza latte, pannolini, visite mediche. Il dossier riporta aborti spontanei, parti senza ostetriche, minori lasciati in spazi insalubri, pianti repressi con le percosse. Una madre racconta che nella prigione in Libia non è mai entrato un medico: “Diciamo che siamo malati, che i nostri bambini sono malati. Io stessa ero malata, ma non ho mai visto nessuno”. Un’altra testimonianza riferisce la morte di un bambino dopo settimane di alimentazione insufficiente.

In Tunisia ci sono 25mila migranti senza permesso di soggiorno, 10mila solo a Sfax. La città portuale è il grande imbuto della rotta: accampamenti negli uliveti, retate quotidiane, tende bruciate, affitti vietati ai migranti irregolari, lavori in nero, cure negate, persone bloccate anche per uno o due anni dopo gli accordi tra l’Unione europea e il governo di Kaïs Saïed. Dopo il discorso xenofobo di Saïed del febbraio 2023 che rilanciava in salsa tunisina la bufala razzista della “sostituzione etnica”, “la caccia ai migranti e a chi li aiuta è diventata ordinaria”.

La compravendita

Il passaggio successivo è quello che viene chiamato “barnamiche”: la compravendita, la trattativa, il catalogo. Le guardie libiche, scrivono i ricercatori, fotografano e filmano le donne detenute per facilitarne la selezione da parte degli acquirenti. “Le donne acquistate all’ingrosso alla frontiera tunisina vengono così rivendute al dettaglio in Libia”. Dentro le prigioni di al-Assah e Characharah la promessa è sempre la stessa: se non hai soldi per il riscatto, potresti “uscire” lo stesso. Ma l’uscita porta altrove. Una testimonianza racconta: “Qualcuno aveva proposto di farci uscire se non avevamo soldi”.

Tra le 19 donne intervistate, sette sono state avviate al lavoro sessuale forzato come condizione di uscita dalla detenzione. Le case di prostituzione, spiega il report, non sono una via di fuga dal sistema detentivo, ma la sua continuazione “sotto altra forma”. In una struttura di Zawia descritta dai testimoni ci sono una cinquantina di stanze, piccoli spazi dove si servono alcolici ai clienti, tende usate come divisori e tariffe fisse: 30 dinari libici per una prestazione, 100 per l’intera notte. Le donne non possono uscire da sole. Alcune sono minorenni. Ci sono bambini piccoli, figli delle stesse donne sfruttate. Una testimone racconta di essere stata venduta in due bordelli diversi mentre aveva con sé la sorella di otto anni: quando si rifiutava di prostituirsi, la minaccia era che avrebbero preso la bambina al suo posto.

Per chi non finisce nei bordelli c’è spesso la schiavitù domestica. Gli uomini vengono smistati nell’edilizia e nell’agricoltura, le donne nelle case. Una testimone spiega di dover lavorare quattro mesi per estinguere un debito di 7.000 dinari. Può uscire solo il venerdì, accompagnata. Se si ammala, la portano dai “loro medici”. La libertà, in questo pezzo di Libia, è un diritto relativo, condizionato, ristretto a un giorno e a un orario stabiliti da altri. Resta comunque una prospettiva paradossalmente preferibile, per molte persone migranti, rispetto alla detenzione dalle quali queste ‘vendite’ consentono di evadere.

Il ruolo dell’Europa

Il dossier insiste anche sul ruolo politico dell’Europa. La Tunisia, scrive il collettivo di ricercatori, ha costruito dal 2023 un sistema di intercettazioni in mare, arresti ed espulsioni collettive verso la Libia “grazie all’impiego di ingenti fondi europei”. La ricerca vuole riaprire il dibattito sulla responsabilità dell’Unione e dei singoli Stati membri, anche sullo statuto di “Paese terzo sicuro” attribuito a Tunisi. È un nodo che pesa ancora di più alla luce del fatto che, nel febbraio 2026, il Parlamento europeo ha inserito la Tunisia in un elenco di Paesi di origine sicuri, nonostante rapporti e inchieste che descrivono il contrario.

Un lungo elenco di organizzazioni non governative e associazioni per i diritti umani contestano questa scelta ricordando il contesto di “repressione degli oppositori, la compressione di magistratura e media e le violazioni sistematiche contro migranti e rifugiati”.

Dopo la pubblicazione del primo rapporto, il 7 febbraio 2025, il ministero degli Esteri di Tunisi aveva respinto le denunce parlando di “accuse calunniose” e “notizie false e fuorvianti”. Nella risposta del marzo 2025 alla comunicazione dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani, la missione tunisina a Ginevra aveva sostenuto di non avere ricevuto denunce e di non avere quindi avviato indagini. A rafforzare la plausibilità delle testimonianze, i ricercatori citano come anche nel rapporto 2025 del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla tratta di esseri umani compaiono “segnalazioni di funzionari che avrebbero ‘venduto’ migranti alle autorità libiche e a gruppi armati noti per sfruttarli nel traffico di manodopera e nel traffico sessuale”.

I ricorsi contro la Tunisia

Sul piano giudiziario, qualcosa si muove. Con il supporto legale di Asgi, due ricorsi sono stati depositati contro la Tunisia alla Corte africana dei diritti dell’uomo. Si fondano sulle testimonianze di due sopravvissuti oggi in sicurezza in Italia e mirano a far emergere la responsabilità dello Stato tunisino per “detenzione arbitraria, violenza, espulsione collettiva e vendita di esseri umani a reti di sfruttamento libiche”. Il nuovo rapporto, scrivono i legali, amplia il quadro probatorio e porta al centro “la dimensione di genere delle violazioni”.

Nelle raccomandazioni finali il dossier chiede protezione immediata per i testimoni ancora in Tunisia e in Libia, accesso pieno alle strutture della Guardia nazionale al porto di Sfax e tra El Meguissem e al-Assah, un’indagine internazionale indipendente anche sulle fosse comuni e la sospensione di ogni nuovo finanziamento europeo per le politiche di frontiera verso Tunisia e Libia finché non saranno chiarite le responsabilità.

Il 22 aprile, a Bruxelles, queste richieste arriveranno al Parlamento europeo con le testimonianze dirette e le voci di ricercatori, giuristi e osservatori di Amnesty. A presentare la ricerca anche Siobhán Mullally, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla tratta di esseri umani.

Delle 33 persone ascoltate, a oggi 30 sono ancora in Libia. Una è ancora in schiavitù domestica. Per questo la priorità dei ricercatori è ora garantire un corridoio umanitario sicuro e la dovuta protezione a queste persone che hanno condiviso la loro testimonianza.

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