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Facciamo finta che l’adolescenza non esista: quale sarebbe il nostro capro espiatorio?

Ogni volta che un fatto di cronaca mette in scena la violenza agita da ragazzi molto giovani, il dibattito pubblico imbocca la scorciatoia più rassicurante: dare la colpa ai ragazzi
Facciamo finta che l’adolescenza non esista: quale sarebbe il nostro capro espiatorio?
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Ogni volta che un fatto di cronaca mette in scena la violenza agita da ragazzi molto giovani, il dibattito pubblico imbocca quasi sempre la scorciatoia più rassicurante: dare la colpa all’adolescenza. A parte il fatto che la scelta di inchiodare gli autori di reati a un’unica categoria comune, è una scelta mediatica che ne nasconde altre. Gli autori di questi reati sono infatti quasi sempre maschi, oltre che giovani. Ma la scelta di stigmatizzare e generalizzare una caratteristica ricade sempre sull’aspetto anagrafico, mentre molto più raramente ci si concentra sui modelli di mascolinità egemoni in cui l’aspetto della prevaricazione e della violenza giocano un ruolo determinante.

L’adolescenza diventa così una parola-ombrello buona per spiegare tutto e, proprio per questo, incapace di comprendere davvero qualcosa. Adolescenza come età della fragilità, della rabbia, della depressione, dell’eccesso, della perdita di controllo. Adolescenza come problema da contenere, da diagnosticare, da correggere in fretta. Ma siamo sicuri che questa categoria, usata in modo così automatico, ci aiuti davvero a capire chi abbiamo davanti?

Forse dovremmo provare a introdurre una provocazione teorica e civile: fare finta, per un momento, che l’adolescenza non esista. Non perché non esistano i cambiamenti del corpo e del cervello, le inquietudini della crescita, il bisogno di misurarsi con il limite, con il rischio, con il desiderio. Tutto questo esiste, eccome. Ma esiste sempre dentro una storia singolare, dentro una rete di relazioni, dentro un contesto sociale e culturale preciso. Non esiste mai come etichetta sufficiente.

Quando diciamo “gli adolescenti sono violenti”, “gli adolescenti sono fragili”, “gli adolescenti sono chiusi”, non stiamo descrivendo delle persone: stiamo costruendo un’immagine collettiva che serve soprattutto a noi adulti. Serve a ridurre l’angoscia, a dare un nome semplice a fenomeni complessi, a coltivare l’illusione che basti classificare per poter controllare. È il meccanismo del capro espiatorio: di fronte a eventi che feriscono la sensibilità pubblica, si cerca un bersaglio su cui depositare paura e bisogno di ordine. E l’adolescenza, in questo senso, è perfetta: è abbastanza vicina da inquietarci, abbastanza lontana da permetterci di osservarla come fosse un mondo altro.

Ma il punto è proprio questo: i ragazzi non sono un’altra specie. Non arrivano da un pianeta oscuro. Sono figli delle immagini, dei linguaggi, dei modelli di potere e di successo che gli adulti producono e rilanciano ogni giorno. Se nella competizione sociale continuano a valere forza, dominio, visibilità, prestazione, sopraffazione dell’altro, perché ci stupiamo quando alcuni giovani incorporano tutto questo nella forma brutale del gesto violento? Perché puntiamo il dito sull’età e non sulle culture che educano, implicitamente o esplicitamente, a certe forme di maschilità, di affermazione, di relazione?

Sospendere la categoria di adolescenza non significa negare il disagio. Significa, al contrario, prendere sul serio il soggetto. Vuol dire passare dall’etichetta alla persona, dalla generalizzazione all’incontro, dalla diagnosi frettolosa alla comprensione. Ogni ragazzo porta con sé una traiettoria unica: desideri compressi, ferite taciute, risorse invisibili, tentativi confusi di diventare qualcuno nel mondo. Se vogliamo che l’intervento educativo abbia un senso, dobbiamo smettere di agire sulle astrazioni e ricominciare a sostare presso le vite concrete.

L’educazione, infatti, non cura le categorie. Non si incontra “l’adolescenza” nelle strade delle nostre città ma si incontrano ragazzi e ragazze: corpi, sguardi, silenzi, resistenze, domande differenti. E in quell’incontro non funziona la logica dello stigma. Funziona, piuttosto, la relazione come spazio in cui una persona può essere vista senza essere ridotta a ciò che ha fatto, a ciò che mostra, a ciò che gli altri si aspettano da lei. È dentro una relazione significativa che il disagio può essere nominato senza trasformarsi in condanna, che il rischio può essere pensato senza diventare destino, che il desiderio può tornare ad avere una forma.

Forse è proprio questo che ci manca: la capacità di riconoscere che l’identità non è un’etichetta ma una costruzione relazionale. Lo sguardo dall’altro ha una funzione estremamente importante per determinare chi siamo o crediamo di essere. Se vediamo gli adolescenti solo come problema, finiranno per abitare quella definizione. Se li pensiamo come cittadini incompleti, come soggetti in difetto rispetto all’adulto, li condanniamo a vivere la crescita come mancanza. Se invece li incontriamo come persone, cioè come presenze originali e irriducibili, allora possiamo aprire uno spazio diverso: uno spazio di parola, di esperienza, di responsabilità e di possibilità.

Dire allora che “l’adolescenza non esiste” non è uno sterile esercizio retorico. È un modo per sottrarre i giovani al tribunale degli stereotipi e restituirli alla loro complessità. È un invito rivolto agli adulti: smettere di usare le categorie per difendersi e cominciare a mettersi in gioco nella relazione. Perché educare non significa normalizzare chi devia da un modello. Significa creare le condizioni perché ciascuno possa dare senso alla propria fatica, immaginare un futuro, sperimentare forme più umane di soggettività.

Forse, allora, la domanda giusta non è più: che cosa hanno oggi gli adolescenti? Ma: quale mondo stiamo consegnando loro, quale sguardo stiamo posando su di loro, quali occasioni di riconoscimento stiamo costruendo? Finché continueremo a parlare dell’adolescenza come di un problema in sé, non vedremo i ragazzi. E finché non vedremo i ragazzi, nessuna cura educativa sarà davvero possibile.

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