Politiche di genere, la cultura del luogo di nascita delle parlamentari ne influenza le proposte
La cultura del Comune di nascita delle deputate italiane, più “tradizionalista” o più “egualitaria” rispetto alla parità di genere, influisce pesantemente sulla loro attività legislativa a favore delle donne. Le deputate nate in Comuni con norme di genere più “tradizionali” presentano in ogni legislatura il 15% in meno di proposte di legge sui temi di genere rispetto alla parlamentare media, ovvero il 32% in meno rispetto alla media di tutti i parlamentari, uomini e donne. Per i loro colleghi deputati, invece, le norme di genere del luogo di nascita non hanno alcun effetto sul loro impegno legislativo in materia di genere. Quanto ai comportamenti di voto, le legislatrici provenienti da Comuni a forte cultura tradizionalista hanno meno probabilità di votare a favore di leggi che promuovono la parità di genere, influenzando così le scelte politiche generali. Per contro, invece, non c’è alcuna prova che leghi le norme “culturali” del luogo di nascita delle parlamentari e la loro attività legislativa in altre aree di intervento politici. Lo dimostra una innovativa ricerca condotta da Luisa Carrer, professoressa di Economia alla Escp Business School (campus di Torino), e Lorenzo De Masi, economista della Direzione economia statistica e ricerca della Banca d’Italia.
L’analisi condotta dai due economisti parte da questioni globali. Nonostante i costanti progressi, le donne rimangono sottorappresentate in politica. Nel 2025, solo il 27,4% dei parlamentari a livello mondiale erano donne, rispetto all’11% del 1995. Al ritmo attuale, colmare il divario di genere nell’emancipazione politica richiederà ancora più di un secolo, come spiegato dal World Economic Forum. Ma l’aumento del numero di donne in posizioni di potere non si traduce necessariamente in una maggiore rappresentanza sostanziale delle questioni femminili, perché le preferenze politiche delle donne sono tutt’altro che uniformi. Con l’espansione dei diritti negli ultimi decenni, le donne si sono divise sempre più in base allo stato civile, all’occupazione e alla religione, molto più che in base agli uomini. Non a caso vi sono esempi di movimenti reazionari guidati da donne. Analogamente, nei Paesi con maggiore parità di genere il sostegno delle donne alle politiche di parità di genere è spesso inferiore a quanto generalmente si pensi. Questo può contribuire a spiegare perché le evidenze empiriche sull’impatto politico delle donne in politica siano contrastanti. Nei Paesi a basso reddito una maggiore rappresentanza femminile nei consigli locali ha dimostrato di incrementare gli investimenti in beni pubblici. Invece nelle economie ad alto reddito spesso gli effetti di una maggiore rappresentanza femminile sulla definizione delle politiche sono limitati, tranne poche eccezioni. Queste disparità possono riflettere pregiudizi di genere persistenti e norme sociali, “norme di genere” intese come aspettative sociali condivise sui ruoli appropriati per uomini e donne, in particolare nelle sfere lavorativa e familiare. Era noto che queste norme influenzano le opportunità lavorative delle donne e le loro decisioni familiari: ora questa ricerca dimostra che possono anche influenzare le priorità politiche.
Per condurre il loro studio, Carrer e De Masi hanno utilizzato dati relativi ai progetti di legge presentati in oltre 35 anni a Montecitorio tra il 1987 e il 2022, pesati per la rappresentanza femminile e per le provenienze geografiche delle deputate. I due ricercatori hanno esaminato in dettaglio tutti i progetti di legge sulla parità di genere (politiche familiari, accesso alle cariche elettive, violenza di genere e diritti riproduttivi) presentati alla Camera. Ne è emerso che, pur costituendo meno del 20% dei deputati, le donne a Montecitorio hanno presentato quasi il 40% delle proposte di legge relative alle questioni femminili. In media, in ogni legislatura le deputate hanno presentato 6,5 proposte di legge relative alla parità di genere, quasi il triplo rispetto alle 2,4 proposte circa presentate da deputati. Tuttavia, questa media maschera una notevole eterogeneità: alcune parlamentari non presentano mai proposte di legge relative alla parità di genere, mentre altre ne presentano più di 50. Tra i parlamentari, sia il numero medio di proposte di legge relative alla parità di genere sia la dispersione sono invece molto inferiori.
Per capire le discrepanze, i due economisti hanno realizzato una nuova misura delle “norme di genere” a livello comunale. L’innovazione proposta da Carrer e De Masi si concentra quindi nella misurazione delle norme di genere a livello geografico estremamente dettagliato grazie allo sviluppo di un indice delle norme di genere a livello comunale che usa i dati di Facebook. Con oltre 45 milioni di utenti attivi in Italia, il social network fornisce informazioni aggregate sulla diffusione locale di interessi relativi a questioni di genere, come maternità, divorzio, cura dei figli o aborto, che riflettono l’attività online degli utenti sia su Facebook che su siti web esterni collegati al social. Per evitare i “rumori” statistici, i due economisti hanno “addestrato” un modello di apprendimento automatico che prevede gli atteggiamenti verso i ruoli di genere basati sui dati del sondaggio, utilizzando la distribuzione degli interessi su Facebook nelle diverse regioni italiane. Il modello identifica quindi quali combinazioni di interessi sono associate ad atteggiamenti più tradizionali o più egualitari. Infine Carrer e De Masi hanno applicato questo modello ai Comuni, generando una “mappa” delle norme di genere in Italia a livello comunale.
Come previsto, emerge un marcato gradiente Nord-Sud, con norme più tradizionali concentrate nelle regioni meridionali. Tuttavia, la mappa rivela anche una notevole variabilità all’interno dei confini delle singole regioni e delle zone di pendolarismo. Rispetto agli indici basati su sondaggi, il vantaggio principale dell’indice delle norme di genere è proprio quello di cogliere questa variazione spaziale dettagliata degli atteggiamenti. Dopo aver atomizzato per comune l’indice delle norme di genere, i due economisti hanno collegato le norme di genere dei Comuni di nascita dei politici alla loro attività legislativa, per confrontare empiricamente legislatori con caratteristiche simili, eletti nello stesso partito e nello stesso collegio elettorale, ma nati in Comuni con norme di genere diverse. Questo permette di isolare il ruolo del contesto culturale dalle preferenze degli elettori o dall’ideologia di partito.
L’analisi di Carrer e De Masi attesta insomma che, sebbene l’aumento del numero di donne in politica rimanga fondamentale per ampliare la rappresentanza e diversificare le priorità politiche, purtroppo una maggiore presenza femminile in politica non sempre si traduce in una maggiore uguaglianza di genere. La causa nel differente impegno delle deputate sui temi di genere è sta nella correlazione sistematica alle “norme di genere” degli ambienti in cui queste parlamentari sono nate, anche a prescindere dalla loro affiliazione politica e dal loro collegio elettorale. Dunque per comprendere la rappresentanza e il cambiamento delle politiche è essenziale distinguere l’identità di genere dalle prospettive di genere. Se le norme di genere differiscono sostanzialmente sul territorio, ad esempio tra le regioni italiane, il semplice conteggio delle donne nelle cariche pubbliche potrebbe non bastare a garantire progressi sulla parità di genere. Tradotto: se le istituzioni politiche diventano più equilibrate sul genere mentre le norme sociali nei territori rimangono tradizionali, i progressi verso la parità di genere potrebbero comunque essere lenti.