Reca la dicitura “Richiesta di intervento straordinario” l’oggetto della lettera inviata lunedì 9 maggio dal Presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, al presidente del Consiglio dei Ministri, Matteo Renzi, e ai ministri della Salute e dell’Ambiente sul caso della contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) emersa nelle falde acquifere delle province di Vicenza, Verona e Padova. Zaia chiede l’intervento straordinario dello Stato “a favore delle popolazioni dei Comuni interessati dal vasto inquinamento con l’adozione di tutti i provvedimenti a sostegno degli sforzi già in atto” e preannuncia “la presentazione a brevissimo termine di un programma di interventi strutturali e infrastrutturali, da realizzare entro 4-7 anni per un importo di oltre 100 milioni di euro”. Altro 100 milioni sono chiesti “per la sorveglianza sanitaria”.

A indagare la mortalità nella popolazione dei comuni veneti colpiti dall’emergenza Pfas, arriva uno studio condotto da un gruppo di lavoro congiunto dell’Enea (l’agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) e dell’Isde, l’associazione internazionale dei medici per l’ambiente. I risultati, illustrati lo scorso 5 maggio a Roma, sono inquietanti: “In trent’anni in Veneto ci sono stati 1260 morti in più.

Nel luglio di tre anni fa venne scoperta nelle falde acquifere del Veneto – in concentrazioni elevatissime – una “nuova” classe di inquinanti persistenti globali, i composti perfluoroalchilici (Pfas). Nel luglio 2013 l’Arpa inviò ai pm vicentini una nota che individuava come responsabile la Miteni di Trissino, una ditta chimica del vicentino produttrice di Pfas e operante dalla fine degli anni ’70. Test ematici rivelarono valori di Pfas 10 mila volte superiori a quelli fisiologici nei lavoratori della fabbrica.

I Pfas sono composti chimici che rendono le superfici trattate impermeabili all’acqua, allo sporco e all’olio. Valori sopra la media di Pfas furono rilevati anche in uova, carni pesce, ortaggi. Le proprietà di queste sostanze sono sfruttate per produrre moltissimi prodotti di largo consumo quotidiano: dal rivestimento anti-aderente delle padelle (Teflon) al Goretex. I Pfas sono usati, fra l’altro, per la produzione di pesticidi e insetticidi, detersivi, pelli, tessuti impermeabili e contenitori per alimenti, dai quali possono essere anche ceduti ai cibi che ingeriamo.

Solo qualche giorno fa il sottosegretario all’Ambiente Barbara Degani attaccava la Regione, rea di non aver fissato dei valori limiti di concentrazione delle sostanze perfluoroalchiliche nelle acque diversi da quelli nazionali, che di fatto sono pari a zero. A sostegno del sottosegretario Degani è intervenuta la senatrice del Partito Democratico Laura Puppato, secondo la quale la regione Veneto ha scansato le proprie responsabilità sin dal 2013 quando è emersa la grave emergenza ambientale: “Le mie recenti scoperte – scrive in un comunicato alla stampa – sono sconcertanti. Un carteggio tra il Ministero dell’Ambiente e la Regione Veneto chiarisce che in Regione conoscono la situazione almeno dal 2013 ed è da allora che traccheggiano, pur di non fissare limiti per gli scarichi industriali che garantiscano all’acqua potabile concentrazioni compatibili con la salute umana. Da allora, in questi 3 anni la Regione, competente in materia di limiti di concentrazione delle sostanze dannose nelle acque ai sensi della normativa vigente, ha rimpallato le responsabilità e non ha mai fissato i limiti per i Pfas nelle acque di scarico industriale”.

L’inquinamento delle falde acquifere con i Pfas, o sostanze perfluoro alchiliche, in Veneto riguarda un’area di 150 chilometri quadrati, tra cui la Bassa Valle dell’Agno (Vicenza), alcuni ambiti delle province di Padova e Verona e una parte considerevole della rete idrografica.