E’ più difficile darla a bere al mercato che agli elettori e prima se ne renderanno conto a Palazzo Chigi meglio sarà per tutti. Se il decreto legge sulle banche è stato presentato venerdì scorso dal governo come la “soluzione definitiva del problema”, lunedì la Borsa ha prontamente dato il suo responso: sui titoli bancari sono ripartite le vendite e, non appena è stata ufficializzata la notizia che la Banca popolare di Vicenza non sarebbe approdata a Piazza Affari, molti titoli sono stati sospesi per eccesso di ribasso, a partire da MontePaschi. C’era grande attesa sul mercato per le norme con le quali il governo intendeva accelerare le procedure per il recupero dei crediti, ma alla luce degli annunci (e ancora in assenza del testo approvato dal consiglio dei ministri su cui i tecnici sarebbero al lavoro per ulteriori ritocchi) gli analisti non ritengono possibile che i tempi si “riducano da 6 anni a 6-9 mesi” come proclamato dal premier Matteo Renzi o e dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.

La ragione è semplice: le nuove norme si applicano solo ai nuovi contratti e non a quelli già in essere, mentre gli stessi effetti del cosiddetto “pegno non possessorio” si ottengono anche con strumenti già esistenti quali il leasing strumentale, che però presentano gli stessi problemi di recupero del bene. Insomma, le nuove norme non producono alcun effetto sull’enorme stock dei crediti attualmente in sofferenza ed essendo soggette al consenso dell’impresa debitrice non è detto che si applichino a tutti i nuovi contratti. Ma questo è solo un aspetto del problema: a pesare sono soprattutto le nuove norme sui deferred tax asset (Dta), cioè i crediti di imposta. Nel 2011 il governo aveva emanato una norma che consentiva alle banche di computare a patrimonio di vigilanza i Dta e Bruxelles aveva aperto un’indagine per aiuti di Stato. Per evitare la condanna (e la relativa salatissima multa), ora è stata introdotta un’imposta dell’1,5% sulla differenza tra Dta e imposte d’esercizio. Gli analisti di Equita sim hanno calcolato che nei prossimi tre anni questa tassa costerà circa 1,1 miliardi al settore bancario e che andrà a penalizzare soprattutto quegli istituti che risultano maggiormente esposti alle Dta, come il MontePaschi (-5,52% in Borsa), appunto, e il Banco Popolare (-7,30%).

Insomma, quello che doveva essere un pilastro fondamentale per la messa in sicurezza e il rilancio del sistema bancario – la cosiddetta riforma del diritto fallimentare – in Borsa appare più che mai come una pistola scarica. E ad aggravare questa percezione, assieme a quella che sulle banche il governo non sappia in realtà che pesci pigliare, c’è anche il fatto che venerdì 30 aprile non è stato approvato un altro importante testo. Si tratta del decreto con il quale entro il 3 maggio l’Italia avrebbe dovuto recepire la direttiva e il regolamento europeo sugli abusi di mercato, che è stato rinviato perché il testo predisposto dal ministero dell’Economia presentava delle difformità rispetto alle norme europee. In particolare, il testo europeo prevede che le banche, in caso di crisi, possano ritardare la diffusione al pubblico di informazioni price sensitive, incluse le comunicazioni obbligatorie al mercato, al fine di salvaguardare la stabilità del sistema finanziario, ma che per farlo devono ottenere il via libera dell’organo di vigilanza macroprudenziale (la Bce per le banche di maggiori dimensioni, la Banca d’Italia negli altri casi). Il testo predisposto dal Tesoro lasciava invece carta bianca alle banche… Tra l’altro, il ritardo di approvazione delle norme sul market abuse rispetto al termine del 3 maggio espone l’Italia a una procedura d’infrazione. E che la confusione sia massima, lo dimostra anche il fatto che persino i testi approvati in consiglio dei ministri non siano poi ancora definitivi, ma in fase di ritocco, e le norme sul market abuse potrebbero alla fine confluire nel decreto sulle banche atteso dal Parlamento.

Intanto, a gettare altra benzina sul fuoco ha concorso anche il fallimento della quotazione della Banca popolare di Vicenza. Com’era prevedibile, Borsa Italiana non ha dato il via libera perché “non sussistono i presupposti per garantire il regolare funzionamento del mercato”. In sostanza, al termine dell’aumento di capitale l’istituto vicentino avrebbe avuto un unico soggetto, il fondo Atlante, titolare del 91,72% delle azioni, un investitore istituzionale – Mediobanca – con il 4,97%, altri 9 investitori istituzionali con lo 0,10%, il pubblico indistinto con lo 0,36% e i vecchi azionisti con il 2,86%. Impossibile con così poco flottante garantire significatività ai prezzi e dunque la Popolare di Vicenza non sbarca a Piazza Affari. Il fallimento della quotazione ha come effetto quello di far decadere l’offerta e dunque Atlante si accollerà l’intero importo dell’operazione versando nelle casse dell’istituto 1,5 miliardi di euro, mentre i vecchi azionisti avranno circa lo 0,67% del capitale.

Un risultato disastroso che fa crescere la preoccupazione anche per l’altro imminente aumento di capitale: quello di Veneto Banca. Fino a qualche giorno fa l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, si era detto convinto che l’operazione sarebbe andata a buon fine e che l’intervento del fondo Atlante in questo caso non sarebbe stato necessario. Oggi Messina – pur dicendosi fiducioso sull’operazione – si è fatto più cauto, sostenendo che “si vedrà tra qualche giorno”. Quanto a Unicredit, che in prima battuta aveva garantito l’aumento di capitale della Vicenza salvo poi passare la patata bollente ad Atlante, l’amministratore delegato Federico Ghizzoni ritiene che la mancata quotazione della banca sia un fatto “abbastanza indifferente, l’importante è che la banca abbia capitale a sufficienza per poter lavorare tranquillamente e questo obiettivo è stato raggiunto”. Certo è che la quotazione della popolare vicentina non era poi così indifferente quando a garantire l’aumento era la banca di Ghizzoni: nel caso in cui l’obiettivo Borsa non fosse stato centrato, Unicredit avrebbe ritenuto concluso il suo vincolo con Vicenza.

Il mancato sbarco a Piazza Affari si traduce anche in un mancato guadagno per il fitto pool di banche che si era incaricato di curare l’operazione: il compenso pattuito di 60 milioni non verrà pagato e le banche saranno ora rimborsate solo per le spese sostenute. Laconico il comunicato della società di gestione del fondo Atlante. Quaestio sgr conferma che sottoscriverà interamente l’aumento di capitale della Popolare di Vicenza e che pertanto verrà a detenere una partecipazione del 99,33% e che, in qualità di “anchor investor, intende sostenere la ristrutturazione, il rilancio e la valorizzazione della banca, avendo come obiettivo prioritario l’interesse dei propri investitori”. Nei prossimi giorni Quaestio sgr dovrà anche sbrogliare la matassa della governance dell’istituto: essendo praticamente socio unico, come farà a sottrarsi dal ruolo di direzione e coordinamento della partecipata che si era impegnata a non assumere? Chi governerà la banca?