Ci sono voluti settant’anni, ma alla fine l’impresa è riuscita di nuovo. E ancora alla Juventus. Un altro Quinquennio d’oro, cinque scudetti in cinque campionati consecutivi: non accadeva dai tempi del Grande Torino. Dieci anni prima, correvano gli Anni Trenta, era toccato ancora ai bianconeri, che non un pokerissimo di successi in cinque anni alimentarono il mito della “fidanzata d’Italia”. Quella squadra, sempre sotto la presidenza Agnelli, monopolizzò il nostro calcio e si fece fenomeno sociale, venendo amata oltre i confini territoriali. In un Paese provinciale e campanilista, nessuno aveva ancora scaldato i cuori da nord a sud. Ci riuscirono il capitano Virginio Rosetta assieme ai compagni di reparto Gianpiero Combi e Umberto Caligaris. E poi Giovanni Ferrari, Felice Placido Borel e Raimundo Orsi. Dalla panchina, in quattro dei cinque trionfi, impartiva ordini Carlo Carcano, prima di lasciare il posto alla coppia Gola-Bigatto. Vinse sempre e solo la Juve dalla stagione 1930/31 alla ‘34/35.

Quante analogie con il ciclo costruito da Conte e rifinito da Allegri tra il 2011/12 e il 2015/16. Questa squadra è capace come quella di far molto bene anche in Europa mentre domina il campionato. Le fondamenta poggiano su una difesa granitica, ieri Rosetta-Combi-Caligaris e oggi Barzagli-Bonucci-Chiellini, e poi un modulo inamovibile (dal Metodo al 3-5-2, che doveva passare di moda con Allegri ma è ancora lì). Oriundi e stranieri, sì, ma con moderazione. E infatti quei bianconeri trasformarono la Nazionale nella Nazio-Juve che vinse il titolo mondiale nel 1934, così come tanti bianconeri saranno l’architrave della spedizione azzurra agli Europei di giugno in Francia. Anche i numeri raccontano di come il vecchio e il nuovo Quinquennio d’oro siano spesso sovrapponibili: nel primo pokerissimo di scudetti, la Fidanzata d’Italia non perse mai più di 5 partite in un campionato e riuscì a non subire sconfitte in casa per 49 partite consecutive tra il 1933 e il 1935; nel nuovo filotto, la Vecchia Signora ha chiuso con zero squadre capaci di batterla nel 2011/12 per trovarne appena 5, 2, 3 e infine 4 in questa stagione, nonostante rispetto agli Anni Trenta sia cresciuto il numero di avversarie. Lo Stadium è un fortino (quasi) inespugnabile: la vittoria dell’Udinese nell’esordio casalingo di quest’anno ha interrotto una striscia di risultati utili che andava avanti dal 6 gennaio 2013.

Tra la Juventus di Carcano-Gola-Bigatto e quella di Conte-Allegri, scorrendo l’albo d’oro, si rintraccia lo stesso nome per cinque volte di fila in altre due occasioni. Il Grande Torino, frenato dall’incidente di Superga, ha però il “buco” di due anni di inattività a causa della Seconda Guerra Mondiale. La cinquina dell’Inter di Massimo Moratti ha il vizio iniziale dello scudetto a tavolino post Calciopoli. “Sul campo”, quel campionato, non venne vinto dai nerazzurri e la diatriba sulla giusta assegnazione o meno del tricolore non avrà mai fine. Tocca quindi di nuovo alla Juve vincere per cinque anni consecutivi. Sulla Gazzetta dello Sport del 4 giugno 1935, dopo il quinto trionfo, si leggeva: “La Juventus ha detto che le partite si possono vincere o perdere in campo a seconda della legge variabile che presidia i giochi di palla, si tratti delle palline d’avorio o della palla di cuoio. Ma ha detto che i Campionati si vincono e si perdono, essenzialmente, nella sede sociale”. Nel moderno calcio-azienda, dove la programmazione vale più di dieci acquisti a caso, le parole di Bruno Roghi per affrescare il primo Quinquennio d’oro sono ancora più calzanti e attuali. Attorno la Juve ha il deserto, tecnico come ha dimostrato la rimonta degli ultimi sei mesi, ma non solo. Perché nella sede sociale bianconera si guarda al futuro, a differenza delle altre (ex) avversarie. Ottantuno anni fa, il ciclo si arrestò. I bianconeri tornarono a vincere solo nel 1950. Adesso, invece, non si capisce chi possa interrompere la nuova era dorata.

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