In Calabria non c’è corruzione. Una piccola Svezia trapiantata all’estremo Sud dell’Italia. Questo, almeno, se si dà retta a Matteo Renzi nella polemica su politici e tangenti sollevata da Piercamillo Davigo, neopresidente dell’Associazione nazionale magistrati e già “dottor Sottile” del pool Mani Pulite di Milano. Prima di parlare di mazzette bisogna “attendere le sentenze”, ha avvertito il presidente del Consiglio. Ergo, la regione culla della ’ndrangheta è un’isola felice, dato che in vent’anni, dal 1982 al 2002, ci sono state solo due condanne definitive per corruzione. Il dato, basato sul casellario giudiziario nei dieci anni prima e dopo Tangentopoli, è riportato in un libro che proprio Davigo scrisse con la giurista Grazia Mannozzi nel 2007, La corruzione in Italia. Percezione sociale e controllo penale (Laterza).

La situazione è cambiata, ma non di molto, se le condanne, nel 2011, sono state solo 24, più 11 per concussione (fonte Anac). È solo un esempio di come la scappatoia imboccata da Renzi e da buona parte del Pd non regga alla prova dei numeri (un po’ vecchi perché da anni l’Istat non diffonde dati disaggregati, sorda alle proteste degli studiosi). Nel 2015, in Italia solo 228 persone risultavano detenute per “crimini economico finanziari” di cui le mazzette rappresentano soltanto una parte (dati Consiglio d’Europa). Nel 2014, l’Espresso calcolò che i detenuti definitivi per la sola corruzione erano appena 11. Nella versione di Renzi dovremmo rallegrarcene e guardare dall’alto in basso, fra gli altri, la Germania della Merkel, che tiene in cella ben 6.271 colletti bianchi. O la virtuosa Finlandia, con i suoi 177 detenuti, a fronte di una popolazione che è un decimo della nostra. L’ultimo dato ufficiale sui condannati per tangenti in Italia risale al 2010: 332, come riporta Alberto Vannucci nel suo “Atlante della corruzione” (Edizioni Gruppo Abele). Una goccia nel mare.

Peccato che, oltre al senso comune, remino contro il presidente del Consiglio le classifiche internazionali sulla corruzione percepita. Nel 2015 Transparency International ci ha piazzati al penultimo posto dell’Unione europea (peggio di noi la Bulgaria) e al 61esimo nel mondo. Se poi fossero davvero le sentenze a restituire la realtà del fenomeno, c’è da dire che i pochi colpevoli si spartirebbero un malloppo colossale. Lucio Picci, uno dei massimi studiosi di indicatori sulla corruzione, ha calcolato che se riuscissimo a portare il nostro tasso di trasparenza a livello della Germania cresceremmo di 585 miliardi di euro in più all’anno. Uno spread che non scalda il dibattito.

Non è vero che tutti i politici rubano, e Davigo non lo ha mai detto. Questi numeri – con tutti il limiti delle stime su fenomeni per natura occulti – confermano però che quelli che “delinquono” fanno molti più danni dei ladri di strada. E hanno molte meno probabilità di essere puniti. “Nel nostro lavoro mostrammo che ogni tre condannati per corruzione, il quarto si salvava grazie alla prescrizione”, spiega Grazia Mannozzi, “anche dopo condanne in primo e in secondo grado”. Sono gli effetti della ex Cirielli, la legge mannaia di berlusconiana memoria ancora in vigore, dato che la riforma del ministro della giustizia Andrea Orlando langue in Parlamento per la strenua opposizione degli alfaniani. I tangentisti godono di un alto tasso di impunità, e non solo per la prescrizione. La “cupola degli appalti” di Expo (Frigerio, Greganti e soci) ha patteggiato pene inferiori a quattro anni ed è stata esentata, per legge, dallo scontare anche un solo giorno di pena in carcere. Resta solo la sanzione “mediatica” delle intercettazioni, che svelano il malaffare meglio di ogni statistica. Ma per il bavaglio, trovare l’accordo in maggioranza non è stato un problema.

Da Il Fatto Quotidiano del 24 aprile 2016