Bisogna vivere una vita, per capire la vita. I turisti ci passano solo attraverso”. Iniziare un pezzo sull’improvvisa morte di Prince maledicendo questo anno terribile, un 2016 che si sta portando via un pezzo alla volta tutti i campioni della nostra cultura musicale sembrava irriverente nei confronti di un artista che ha fatto dell’originalità e dell’unicità il proprio tratto distintivo. Non glielo potevamo fare uno sgarbo del genere al folletto di Minneapolis. E non glielo abbiamo fatto. Prince Roger Nelson, nato a Minneapolis, in Minnesota, il 7 giugno 1958, è stato trovato morto nella sua residenza di Paisley Park Estate in circostanze misteriose.

Paisley Park. Già a pronunciare questo nome si evoca un suono, un genere musicale a sé stante, una pagina fondamentale della cultura della seconda metà del Novecento. È lì, vuole la leggenda, che Prince ha passato buona parte della sua vita adulta, chiuso negli studi a macinare canzoni su canzoni, oltre cinquemila i brani conservati in un archivio che, a questo punto, ci auguriamo verrà prima o poi reso pubblico. Il Vampiro, lo chiamavano, per questa sua mania di passare le giornate chiuse in studio, facendosi vedere, raramente, in città solo nelle ore notturne.

Lì ha scritto, prodotto, cantato, suonato i suoi tantissimi album, così come gli album dei tanti artisti e delle tante artiste con cui ha collaborato. Shelia E, Wendy and Lisa, Sheena Easton, Gill Jones, The Family, solo per fare qualche nome. Lì ha creato tanta arte, lì ha trovato la morte. Prince, scomparso a neanche sessant’anni, è stato, senza ombra di dubbio, uno degli artisti più influenti del secolo scorso in ambito pop, precursore di tanti generi poi ripresi e sviluppati da altri artisti, dal crossover al cosiddetto R’n’B passando per un recupero black dei suoni beatlesiani, per la dance, il rock hendrixiano, il funky androgino. Pensate a artisti come i Red Hot Chili Peppers, Lenny Kravitz, D’Angelo, il tanto osannato Kendrick Lamar: ecco, senza Prince nessuno di questi artisti avrebbe mai visto la luce.

Indicato spesso come il contraltare sessualizzato di Michael Jackson, in quella strana mania di giocare sulle dualità che ha caratterizzato gli anni Ottanta, Prince è in realtà stato un artista che a differenza del suo collega è partito dal basso, facendosi letteralmente da solo, in una voracità e curiosità senza eguali. Assunto come uomo delle pulizie negli studi in cui finirà per incidere i suoi primi lavori, Prince, vuole la leggenda, passò le notti a registrare in solitaria tutti gli strumenti di For You, uscito nel 1978, quando aveva appena venti anni. Questo suo essere vero polistrumentista, capace di passare senza colpo ferire dalla chitarra al piano, dalle tastiere al basso e alla batteria, con la sola esclusione dei fiati, farà sì che Prince, nel corso degli anni, sviluppi un proprio modo di comporre personalissimo e poco incline a farsi influenzare dalle mode del momento. Anzi, sarà proprio Prince, specie nel decennio degli anni Ottanta, a lanciare mode, non solo musicali, ma anche in fatto di look. Quel suo continuo giocare sull’ambiguità sessuale, quel suo circondarsi di donne bellissime, sempre e immancabilmente più alte di lui, quel suo lanciare di volta in volta stili, come il noto color Pesca del periodo Sign o’ the Times, lo faranno assurgere al ruolo di icona pop mondiale, al pari, appunto di Jackson, Madonna e pochi altri.

Il suo culmine artistico, probabilmente, verrà toccato con lavori come Purple Rain, indicato da Rolling Stone America come il più bell’album di tutti i tempi, datato 1984, Around the World in A Day e Sign o’ the Times, doppio album capace di contenere indicazioni per i cultori della musica black buone a riempire decenni e decenni di musica e Lovesexy. Poi ci sarà Diamonds and Pearls, giunto dopo una firma milionaria con la Warner. In quel momento Prince è un vero colosso. Un uomo influente. Ma si scontra con il colosso che dovrebbe pubblicare la sua musica. Uno scontro violento e doloroso, che darà vita a un periodo in cui Prince non potrà più chiamarsi Prince, e si firmerà TAFKAP, The Artist Formerly Known As Price. Album sempre più introversi, criptici, indipendenti. Una lotta, la sua, contro la discografia, che col tempo diventerà anche una lotta contro internet, con continui cambi di idea e di opinione. Nel mezzo sempre guizzi di grande genialità, picchi artistici senza pari. Si pensi al Black Album, a The Rainbow Children o Musicology. Quasi un album all’anno, spesso doppio o triplo. Una generosità al limite del patologico, come al limite del patologico è sempre stato il suo rapporto col pubblico, con la gente fuori dai Paisley Park. Contatti rarefatti, come di chi fa fatica a confrontarsi con chi non è sempre in grado a capire tutto quello che stai facendo, che non è sempre sintonizzato sulla tua stessa lunghezza d’onda. Negli ultimi tempi lo si vedeva in giro con la pettinatura afro che abbiamo imparato a conoscere attraverso le black panther, e grazie a una ritrovata ispirazione, aveva ripreso a sfornare dischi su dischi, voracemente. Stava anche per tornare in Europa in tour, non fosse arrivato l’attentato di Parigi al Bataclan a farlo tornare sui suoi passi.

La musica pop, la musica black tanto deve a Prince, e chiunque abbia a cuore il mondo delle note non può che essere triste, oggi. Non può che andare a mettere sul piatto, sul lettore cd, o anche solo a cercarsi su Youtube una sua canzone, ognuno di voi avrà la propria, e lasciarla andare al massimo volume, lasciando che gli occhi si facciano lucidi, che le lacrime scendano, che il cuore si scaldi e continui a battere. Tutto quello che voglio è vederti ridere nella pioggia viola, piccolo genio di Minneapolis. La terra ti sia lieve.