Le quotazioni del petrolio sono crollate lunedì mattina dopo il fallimento, domenica, del vertice di Doha tra i paesi produttori. Che, a causa delle tensioni tra Arabia e Iran, hanno rimandato a giugno le trattative sul congelamento della produzione. In avvio di seduta, sia il Brent sia il Wti cedevano più del 4%, rispettivamente a 41,33 e 39,84 dollari al barile. La settimana scorsa il Brent era arrivato a 45 dollari, recuperando parte del terreno perso nella seconda metà del 2015 e nei primi mesi del 2016, quando era sceso sotto i 30 dollari per la prima volta dal 2004. Per Jason Bordoff, direttore del Centro sulla politica energetica globale della Columbia university ed ex funzionario della Casa Bianca, “il fatto che l’Arabia sembri aver bloccato l’accordo è un indicatore di quanto la sua politica petrolifera sia guidata dal conflitto geopolitico con l’Iran”.

“Nulla è cambiato nei fondamentali del mercato, ma le speranze in una risposta coordinata dell’Opec ora sono a zero”, ha commentato a Bloomberg David Hufton, amministratore delegato della società di broker Pvm Group. “Tutti i tagli dell’offerta necessari per ribilanciare il mercato dovranno arrivare dai Paesi non Opec. Ancora una volta, i sauditi hanno dato una martellata ai partner e questa potrebbe essere l’ultima goccia che fa traboccare il vaso dei produttori di shale oil che attendono con ansia una tregua su prezzi”. Non a caso secondo il Financial Times metà del totale dei default registrati negli Usa dall’inizio dell’anno hanno riguardato il settore dell’energia, per un valore di 25 miliardi di dollari. E secondo Diane Vazza, analista di Standard &Poor’s, “i prezzi bassi del petrolio, insieme alla prima stretta della Fed in nove anni e al rallentamento dell’economia, causeranno ulteriori default nei prossimi 12 mesi”.

Al vertice di domenica hanno partecipato Arabia Saudita, Russia, Qatar, Venezuela, Algeria, Angola, Azerbaigian, Ecuador, Indonesia, Iraq, Kazakistan, Kuwait, Messico, Nigeria, Oman ed Emirati Arabi. La bozza di intesa prevedeva che la produzione rimanesse stabile sui livelli di gennaio fino al prossimo ottobre. Ryad, che produce oltre 10 milioni di barili al giorno e ha fatto sapere di poter aumentare la produzione di un milione di barili “anche subito”, ha però posto il veto su un accordo senza la partecipazione di Teheran. Che si è chiamata fuori visto che cristallizzare la situazione a gennaio avrebbe voluto dire congelare la produzione del Paese alla fase precedente il ritiro delle sanzioni.

Il governo iraniano rifiuta l’idea che il Paese, da poco uscito dall’embargo, possa accettare limiti al proprio export petrolifero: al contrario, punta a riconquistare le quote di mercato perse negli anni in cui è stato tagliato fuori dal commercio internazionale arrivando a 4 milioni di barili al giorno entro marzo 2017: circa 800mila barili in più rispetto a marzo di quest’anno. Il ministro del Petrolio della Repubblica islamica, Bijan Namdar Zanganeh, ha rifiutato anche solo di partecipare al vertice, definendo le obiezioni saudite “ridicole“. Lunedì il governatore dell’Iran presso l’Opec, Hossein Kazempour Ardebili, ha ribadito che il Paese non congelerà la sua produzione finché non sarà tornata ai livelli “pre-sanzioni”. “La Repubblica islamica non ha cessato di sostenere l’iniziativa, tuttavia limitata e in ritardo, per stabilizzare il mercato del greggio, ma ha insistito che non può unirsi al piano di congelamento (della produzione, ndr) prima di aver raggiunto il livello di produzione pre-sanzioni”, ha dichiarato all’agenzia di stampa Shana. “Alcuni Paesi che hanno fatto il possibile per far deragliare i colloqui sul programma nucleare tra l’Iran e il gruppo 5+1 sono venuti fuori con una nuova agenda per impedire al Paese di riprendersi la sua legittima quota di mercato”, ha aggiunto. “Le quote di mercato di Iran e Libia – ha proseguito Ardebili – sono state usurpate da altri produttori che hanno negato le quote di produzione dell’Opec così che non sarebbe mai stato chiaro chi ha violato i diritti degli altri membri. Ora – ha concluso – ci consigliano di approvare il piano di congelamento e smettere di cercare di riconquistare la nostra quota di mercato”.

Nella serata di domenica il ministro del petrolio nigeriano, Ibe Kachikwu, parlando con l’agenzia Bloomberg ha spiegato che i colloqui “richiedono più tempo”. Lunedì il ministro russo Alexander Novak ha ostentato ottimismo sostenendo che un accordo “è ancora possibile”, “ci aspettiamo che possa essere raggiunto”. “Ci dispiace che alcuni Paesi Opec abbiano cambiato idea”, ha detto Novak, riconoscendo come “il mancato accordo sulla produzione stia avendo effetti negativi sulle quotazioni”.