C’è chi lo ha amato e chi lo ha odiato. La scorsa notte sono scattati tutti in piedi ad applaudirlo per l’ultima volta. Perché quando cala il sipario sulla carriera di uno dei più forti giocatori di sempre, chi apprezza il gioco non può che salutare. Kobe Bryant ha trasmesso emozioni per venti anni, trascorsi sui parquet della Nba sempre con la stessa maglia addosso, quella dei Los Angeles Lakers. Lo ha fatto ancora nella notte tra mercoledì e giovedì, segnando 60 punti nell’ultima partita ufficiale della sua carriera.

Per comprendere fino in fondo la straordinarietà della prestazione: in venti anni da professionista era andato 24 volte oltre i 50 punti, terzo in classifica dopo Wilt Chamberlain e Michael Jordan, e nessuno ci era riuscito a 37 o più anni. Ha aggiunto un’altra prestazione da urlo, un’altra partita da leggenda, quasi a voler cristallizzare per sempre l’amore dei tifosi gialloviola e cancellare, con un ultimo rigo poetico, l’odio sportivo degli avversari, trafitti dalla sua classe e da quella innata competitività che lo ha portato a diventare uno dei migliori di sempre. La scorsa notte lo Staples Center – e milioni di amanti del basket sparsi nel mondo – hanno seguito la sua ultima recita, perfetta nonostante un fisico ormai stanco, usurato da oltre 48mila minuti giocati.

È stato l’applauso finale di uno scroscio che accompagna da mesi ogni partita dei Lakers. Ha ricevuto gli onori ovunque, perfino a Boston: i Celtics gli hanno regalato un pezzo di campo del TD Garden, la casa dei suoi più acerrimi rivali ai quali ha fatto piangere lacrime amare in una finale per il titolo Nba. Lui ne ha vinti cinque e, pur non essendo più lo stesso, anche in questa stagione ha firmato serate d’autore. È stato il primo giocatore dai tempi di Michael Jordan a segnare almeno 25 punti in tre gare consecutive a 37 o più anni. Poi contro gli Utah Jazz, il punto esclamativo. Gli ultimi sprazzi di un talento cristallino, coltivato e forgiato di giorno in giorno, in maniera maniacale, fin dai tempi dell’infanzia in Italia, dove il padre, Joe, ha giocato a Reggio Emilia, Pistoia e Reggio Calabria.
Lascia dopo aver ispirato un’intera generazione mondiali di cestisti, dal più sperduto campetto di periferia a chi è arrivato ad affrontarlo in Nba. Ha frantumato record, vinto partite con dita rotte e superato infortuni dai quali sembrava impossibile recuperare. Ha disegnato uno dei cicli più importanti nella storia dei Lakers, ora reduci da una stagione fallimentare. C’è chi dice che la sua presenza e il suo rinnovo abbiano impedito alla franchigia di Los Angeles di ripartire negli ultimi anni: nessun big avrebbe giocato accanto a – ovvero all’ombra di – Kobe e il rinnovo contrattuale da 25 milioni di dollari firmato nel 2013 ha tolto una fetta abbondante di risorse ai Lakers, poiché in Nba esiste il tetto salariale di squadra. Ma il prossimo anno, tutto questo potrebbe in realtà favorire la sua ormai ex squadra che, visti gli scarsi risultati delle ultime stagioni, sarà tra le prime a scegliere al Draft, la notte in cui le squadre selezionano i migliori giocatori esordienti.

La questione è rimasta sottotraccia in queste settimane, offuscata dal tributo perenne alla stella. Una standing ovation itinerante iniziata a dicembre, dopo aver comunicato il suo addio con una lettera indirizzata direttamente alla pallacanestro. “Ti amerò per sempre. Ma il fisico non risponde più”, aveva scritto. Da allora solo applausi e lacrime. Fino al culmine di questa notte. I biglietti dello Staples Center sono andati a ruba. Posti in piccionaia sono stati offerti a quasi 800 dollari. I Lakers hanno dovuto rifiutare 600 richieste di accredito da parte di giornalisti. Magliette e cappelli celebrativi, con nome e numero del “Black Mamba”, sono state messe in vendita a prezzi folli, compresi tra i 18mila e i 36mila dollari. Alcuni listelli del parquet dell’arena, teatro di mille battaglie, sono stati cambiati per inserire l’8 e il 24 sul campo da gioco. I suoi numeri. I numeri chiesti da migliaia di ragazzi in tutto il mondo quando i loro allenatori distribuivano le canotte a inizio stagione. Per sentirsi un po’ Kobe sotto un pallone tensostatico o in una fredda palestra di periferia. Hanno tirato tutti dritto fino all’alba, come accaduto molte volte in passato per festeggiare le vittorie delle Finals. Lacrime di gioia, allora. Lacrime già nostalgiche, oggi. Sessanta punti per dirsi addio. E, da questa mattina, il basket si scopre un po’ più povero.

TUTTI I NUMERI DI KOBE

48.636: Minuti, al sesto posto nella storia della NBA

33.643: Punti in carriera, terzo nella classifica all-time dei migliori realizzatori NBA, dietro a Kareem Abdul-Jabbar (38,387) e Karl Malone (36,928)

5.640: Punti segnati nei Playoff NBA, al terzo posto nella storia della NBA dietro a Michael Jordan (5,987) e Kareem Abdul-Jabbar (5,762)

81: Punti realizzati nella vittoria per 122-104 contro i Toronto Raptors il 22 gennaio 2006, seconda prestazione per numero di punti in una singola partita nella storia della NBA, dopo i 100 punti di Wilt Chamberlain nel 1962

50: Venticinque partite in carriera con almeno 50 punti, terzo in questa classifica dietro a Wilt Chamberlain (118) e Michael Jordan (31)

37: In questa stagione è diventato il primo giocatore di almeno 37 anni a segnare un minimo di 25 punti per tre partite consecutive, dai tempi di Michael Jordan, che lo fece nel 2003 all’età di 40 anni.

24: Il numero di maglia a partire dalla stagione 2006-07; in precedenza indossava il numero 8

20: Stagioni con i Lakers, un record con una singola squadra nella storia della NBA

18: Numero di convocazioni consecutive all’All-Star Game (la più lunga striscia nella storia della NBA) e convocazioni all’All-Star Game in generale (al secondo posto all-time dopo le 19 di Kareem Abdul-Jabbar)

16: Presenze durante il Christmas Day, un record nella storia della NBA

15: Partenze in quintetto all’All-Star Game, un record nella storia della NBA

13: Numero di chiamata al Draft NBA 1996, scelto dagli Charlotte Hornets

11: Selezioni per l’All-NBA First Team, record condiviso con Karl Malone

9: Selezioni per l’NBA All-Defensive First Team, record condiviso con Kevin Garnett, Michael Jordan e Gary Payton

5: Titoli NBA vinti, a pari merito con Tim Duncan (San Antonio Spurs) tra i giocatori in attività

4: Titoli di All-Star MVP (2002, 2007, 2009, 2011), record condiviso con Bob Pettit

2: Titoli di Finals MVP (2009, 2010)

1: Titolo di Kia NBA Most Valuable Player (2007-08)