Ha detto stop. La corsa mano nella mano tra Kobe Bryant e il basket termina a fine stagione, con ogni probabilità il 13 aprile contro gli Utah Jazz. Che la star dei Los Angeles Lakers fosse a un passo dall’addio a 37 anni era chiaro a tutti. Ma in questo primo scorcio di stagione sembrava volesse allontanare il più possibile il momento dell’ufficialità per evitare che le restanti partite divenissero una continua celebrazione della sua “ultima apparizione a…”. Poi la svolta. Ha deciso di annunciarlo nella notte tra domenica e lunedì con una lettera d’addio indirizzata non al mondo né ai suoi fan. Ma direttamente al basket. “Cara Pallacanestro, dal momento in cui ho indossato i calzettoni di papà e immaginavo di realizzare canestri vincenti nel Great Western Forum sapevo che una cosa era reale: mi stavo innamorando di te”, scrive Bryant in dolcissime righe che restituiscono l’intimità di un rapporto davvero unico tra l’uomo e il suo sport.

Negli ultimi venti anni Kobe è spesso stato il basket stesso, la sua più alta e pura espressione di un essere umano con un pallone tra le mani. Per la classe, il rispetto verso il gioco, la competitività portata a livelli maniacali. Solo il tempo poteva dire stop. E così è stato. Dopo l’infortunio del 2013, Bryant non è mai tornato quello di prima, quello di sempre. “Tu hai dato a un bambino di 6 anni il suo sogno di essere un Laker. E ti amerò per sempre per questo. Ma non posso amarti ossessivamente ancora per molto. Questa stagione è tutto quello che mi rimane da dare – scrive la star dei Lakers – Il mio cuore può reggere il colpo, la mia mente può gestire lo sforzo, ma il mio corpo sa che è tempo di dire addio”. Al netto di infortuni, una possibile coda alle Olimpiadi di Rio o una improbabile partecipazione ai playoff dei gialloviola di Los Angeles, restano quindi 66 partite nella sua carriera. Un lungo addio che porterà chi ama il basket a tributargli l’ultimo applauso.

Nelle migliaia disputate prima, Bryant ha “giocato nella gioia e nel dolore” vincendo 5 anelli, il premio di miglior giocatore della Nba nel 2008, il trofeo di Mvp delle Finals due volte, nel 2009 e nel 2010. È terzo nella classifica dei realizzatori della Nba, dietro a Kareem Abdul-Jabbar e Karl Malone. Davanti anche a Michael Jordan, del quale ha provato ad assorbire ogni aspetto del gioco, ogni singolo movimento. Nulla di male: Kobe ha sempre puntato a migliorarsi, a diventare il migliore e quindi ha studiato. Come quando prese lezioni da Hakeem Olajuwon sui movimenti spalle a canestro, divenendo immarcabile anche a pochi metri dalla retina. Lungo venti anni di carriera con la maglia dei Lakers, sempre la stessa, prima con l’8 e poi con il 24, lo hanno guidato l’amore verso il gioco e una competitività quasi ossessiva. E il basket lo ha ripagato trasformandolo in una leggenda vivente capace di prestazioni sovraumane.

Come quella del 22 gennaio 2006. Los Angeles Lakers-Toronto Raptors finisce 122-104. Nulla di strano, una partita qualunque si dirà. Di quelle da relegare nel mezzo dei notiziari sportivi visto che in contemporanea si giocano le finali di conference del campionato Nfl. Kobe decide invece che quella notte le scalette dei tg subiranno un terremoto. Realizza 81 punti, scrivendo il suo nome al secondo posto nella classifica delle miglior prestazione di sempre nella storia della Lega, dietro solo ai 100 punti di Wilt Chamberlain del 2 marzo 1962. Nel secondo tempo, Toronto fa 41 punti, quattordici in meno del solo Kobe che ribalta il 63-49 con il quale i canadesi erano andati al riposo. A fine partita coach Phil Jackson, undici titoli Nba vinti con Michael Jordan prima e Bryant poi, dice: “Ho assistito a tante partite nella mia carriera ma non ho mai visto nulla del genere”. E così è detto tutto.

LA LETTERA INTEGRALE
Cara Pallacanestro, dal momento in cui ho indossato i calzettoni di mio papà e immaginavo di realizzare canestri vincenti nel Great Western Forum sapevo che una cosa era reale: mi ero innamorato di te. Un amore così profondo che ti ho dato tutto me stesso dalla mia mente e mio corpo al mio spirito e anima. Da bambino di 6 anni profondamente innamorato di te non ho mai visto la fine del tunnel. Vedevo solo me stesso correre fuori da ciò. E così ho corso. Ho corso su è giù per ogni campo, dopo ogni palla persa per te. Mi hai chiesto di battermi. Io ti ho dato il cuore perché di riflesso sei arrivata a darmi tanto altro. Ho giocato nella gioia e nel dolore. Non perché la sfida mi chiamava, ma perché tu mi stavi chiamando.

Ho fatto tutto per te. Perché questo è quello che fai quando qualcuno ti fa sentire così vivo come tu hai mi hai fatto sentire. Tu hai dato a un bambino di 6 anni il suo sogno di essere un Laker. E ti amerò per sempre per questo. Ma non posso amarti ossessivamente ancora per molto. Questa stagione è tutto quello che mi rimane da dare. Il mio cuore può reggere il colpo, la mia mente può gestire lo sforzo, ma il mio corpo sa che è tempo di dire addio. E questo è OK. Sono pronto per lasciarti andare. Voglio che tu lo sappia ora, così possiamo assaporarci ogni momento che ci rimane assieme. Il bello e il cattivo. Ci siamo concessi l’un l’altro tutto quello che avevamo. Ed entrambi lo sappiamo. Non importa cosa farò dopo, sarò sempre quel bambino con i calzettoni alzati, il cestino nell’angolo: 5 secondi sul cronometro, palla tra le mani 5… 4… 3… 2… 1. Ti amerò sempre, Kobe