“Noi egiziani abbiamo creato un problema con l’assassinio” di Giulio Regeni. Sembra un’ammissione di responsabilità quella del presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, che in un incontro in diretta tv con esponenti politici, sindacati e ong in Parlamento parla dell’omicidio del ricercatore italiano, torturato, seviziato e trovato morto sulla strada tra il Cairo e Alessandria il 3 febbraio scorso. Ma, in realtà, le sue parole sono la premessa a un attacco alla stampa e alla difesa degli 007 egiziani. Perché quello che ha generato “il problema” intorno al caso è stata la pubblicazione di “menzogne” da parte dei media. Sono loro che, insieme ai social network, hanno “fabbricato la crisi”.

“Bisogna smetterla con le bugie e con le illazioni che qualcuno di noi mette in giro”, ha detto Al Sisi che, pur ribadendo le sue condoglianze alla famiglia del giovane, ha negato che i responsabili dell’assassinio siano stati i servizi di sicurezza. Piuttosto, ha detto senza fornire ulteriori dettagli, dietro la sua morte c’è “gente malvagia”. Nello specifico, secondo quanto diffuso nelle scorse settimane dalla autorità, una “banda di rapitori specializzati in rapine e sequestri di stranieri”. “Dall’inizio della vicenda – ha proseguito – alcuni di noi hanno accusato gli apparati di sicurezza attraverso i social network e molti di noi hanno preso per buone queste notizie”. Al-Sisi ha quindi invitato i giornalisti a non basarsi solo sui social come fonte. “Chi fa il giornalista – ha detto – deve avere fonti, deve fare ricerche“.

Di fatto non c’è nessuna certezza su chi siano gli autori materiali del delitto, né tanto meno gli eventuali mandanti. Gli incontri tra magistrati e investigatori italiani ed egiziani, avvenuti il 7 e 8 aprile a Roma, sono falliti: le autorità del Cairo si sono rifiutate di fornire i tabulati telefonici per ricostruire gli spostamenti e i contatti delle ultime ore di vita. Una chiusura che ha portato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni a richiamare l’ambasciatore italiano. Ma Al Sisi difende anche la magistratura egiziana e sostiene che le indagini sono condotte dalle autorità con la “massima trasparenza”. E quello di Regeni è un caso che sta a cuore all’Egitto, “in quanto abbiamo relazioni molto privilegiate con gli italiani”, ha continuato, visto che “la dirigenza italiana si è posta al fianco dell’Egitto dopo il 30 giugno”. Un riferimento implicito alle manifestazioni di piazza che, appoggiate dai militari, nell’estate del 2013 portarono alla deposizione del presidente Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli musulmani democraticamente eletto, e un anno dopo all’elezione dello stesso ex-generale alla presidenza egiziana.