“Io non potevo uscire come gli altri dal retro. Ve lo devo”. Manca poco al Natale 2011, gli ammortizzatori sociali stanno per abbandonare migliaia di famiglie ma la rabbia di operai inferociti si placa di colpo, ai piedi della Prefettura di Lecce. Perché a parlare è Teresa Bellanova e a lei si riconosce il merito di metterci la faccia, anche quando sarebbe più facile scappare via. È un’autorevolezza, la sua, che affonda i piedi in una storia fatta di ribellioni contadine e lotte sindacali, l’eredità che resta anche quando è passato tanto tempo, un tempo infinito, da quando s’è forgiata.

Quei ceffoni se li ricorda ancora, a Ceglie Messapica, nel Brindisino, dov’è nata 58 anni fa. Un torto per i caporali, se una ragazzina alza la testa e si mette di traverso. Perché la raccolta dell’uva quella è e quella deve restare: donne caricate su un furgoncino, di notte, per raggiungere i campi e lì sudare per ore, per una paga da miseria. Sono in troppe, una volta, e ad una curva il mezzo si ribalta. Muoiono in tre. La cicatrice resta, dall’alba degli anni Settanta fino ad oggi.

“Io lo so quello che provate, perché l’ho vissuto”, ripete Bellanova a chi occupa i marciapiedi di via Molise. Lì l’ha voluta Matteo Renzi, da sottosegretario prima e da viceministro poi, una sindacalista rossa al Ministero dello Sviluppo economico, a ricoprire tra l’altro la delega all’Energia, strategica proprio per la sua Puglia, terreno di scontro governo-Regione su trivelle, carbone e gasdotti. Pedina chiave, dunque, per il premier, che a dicembre l’ha osannata alla Leopolda per quanto fatto nei due anni accanto a Giuliano Poletti, titolare del dicastero al Lavoro.

Donna estremamente pratica, in tasca una licenza media e un lungo allenamento nelle rivendicazioni del lavoro, fianco a fianco con la disperazione degli ultimi. La Cgil la sua casa, la sua palestra, il ponte di lancio. Da quando è diventata deputata per la prima volta, nel 2006, non ha mai smesso di incontrare i lavoratori salentini, il sabato, nel giorno di rientro da Roma. La Puglia e il Marocco le sue patrie. A Casablanca ha incontrato Abdellah El Motassime. Lei ci era andata col sindacato. Lui era lì a fare da interprete, padrone di cinque lingue ma costretto a ricominciare da zero, in Italia, come commesso in un supermarket. Dal loro matrimonio, nel 1991, è nato il figlio Alessandro.

È un percorso insolito quello di Teresa Bellanova: da adolescente frequenta col padre la sezione del Pci, a 15 anni è eletta capolega della Camera del Lavoro di Ceglie, poi coordinatrice delle donne della Federbraccianti di Puglia. Anni di speranze e tante minacce. Per tutelarla, i compagni della Cgil la fanno trasferire. E da allora comincia la sua vita a Lecce, da segretaria provinciale della Flai prima e della Filtea poi. Nel settembre 2000, approda alla Segreteria nazionale della Federazione italiana lavoratori del tessile-abbigliamento per occuparsi di politiche per il Mezzogiorno. Sei anni dopo, il suo partito, i Democratici di Sinistra, le chiede di candidarsi alla Camera dei Deputati. E lì ci porta il suo vissuto: si occupa di caporalato, relaziona sulla reintroduzione della legge per le dimissioni in bianco, pronuncia la dichiarazione finale di voto alla Camera sulla riforma del lavoro. Il suo impegno per l’approvazione del Jobs Act le costa nuove intimidazioni, tanto da rendersi necessaria l’assegnazione di una scorta.

Un cammino fedele alla sua storia, insomma, ma segnato da una vicenda che le ha provocato non pochi imbarazzi. A lei e al Pd l’ex addetto stampa del partito leccese, Maurizio Pascali, ha chiesto di riconoscere come rapporto di lavoro subordinato l’attività svolta per tre anni con una partita Iva in sostanza fittizia, ai sensi di quella legge Fornero di cui proprio Bellanova è stata relatrice. Il capitolo non s’è ancora chiuso: dopo due tentativi di conciliazione andati a vuoto, la vertenza è approdata di fronte al Tribunale di Lecce, sezione Lavoro. Nell’ottobre scorso la prima udienza preliminare, il 6 luglio si terrà la successiva.

Intanto, nella sede locale del Pd, Bellanova si vede sempre meno, quasi mai. Lei renziana, ma da sempre vicina a quella che è stata l’ala dalemiana, a Lecce fa parte della corrente di minoranza che ha perso il congresso, è accusata di non versare le quote al partito, ha fatto storcere il naso per l’appello ad astenersi dal voto al referendum del prossimo 17 aprile. Gli auguri alla nuova ministra non saranno scontati.