Periodiche indagini sociologiche mostrano come il rom sia percepito, in Italia, fondamentalmente come un nomade senza fissa dimora; una persona che per scelta vive in campi isolati e degradati; un ladro criminale. Anche la legislazione non si discosta da questa tendenza, contribuendo a determinare una identità rom precostituita e con una forte valenza negativa.

Ma chi è il rom e chi non lo è? Quali fattori determinano l’identità rom? Qual è il solco che divide una identità rom da una identità non rom? L’antropologo eugenista Robert Ritter rispose alla domanda nel 1941 proponendo la seguente classificazione: “E’ zingaro chi ha fra i nonni tre zingari puri; è mezzo-zingaro di primo grado chi ha fra i nonni meno di tre zingari puri; è mezzo-zingaro di secondo grado chi ha fra i nonni almeno due mezzi-zingari di primo grado; in tutti gli altri casi si ha un non-zingaro”.

Anche in tempi recenti, seguendo inconsapevolmente questa linea di pensiero, attivisti e ricercatori si sono avventurati in ardite riflessioni determinando confini e linee di demarcazioni, uguali ed opposti, nella convinzione che l’identità delle comunità rom nasca dai processi di contrapposizione con le società maggioritarie volti ad individuare una “purezza etnica” dalla quale partire per cercare il bandolo della matassa. E così, anche per molti rom che frequento, il modo con cui rappresentarsi è speculare al livello di conflittualità con la società “altra” chiamata “dei gagè”; più quest’ultimo è alto, più diventa praticabile la strada verso un riconoscimento identitario. Per loro, dunque, la tutela dei diritti dei rom passa necessariamente nel rafforzare la contrapposizione e cristallizzare le distanze.

Altri, invece, credono esattamente l’opposto: smorzare gli accenti che accentuano una presunta diversità aiuta ad indebolire la contrapposizione tra rom e non rom e questo va a vantaggio dei diritti. E’ come se, davanti ad una guerra, ci sia chi ritiene sia opportuno dare supporto ad una delle parti, quella più debole, armandola fino ai denti al fine di rafforzarla; chi invece cerca di disinnescare il conflitto evidenziando l’unica umanità che accomuna i combattenti.

A partire da quest’ultima posizione che si colloca il lavoro del rom salentino Claudio Cavallo che dal 2008 ha raccolto storie, immagini, video, emozioni di persone che hanno fatto la storia senza essere state menzionate dalla stessa. Si tratta di persone rimaste volutamente nell’ombra per paura di rivelare la loro identità rom. In questi anni Cavallo ha raccolto pazientemente queste esistenze all’interno di uno “Stato immaginario” chiamato Gitanistan dove, come lui ama raccontare, “la verità ha rotto le bolle di sapone che avevamo davanti agli occhi e da lì è cambiata la nostra percezione della realtà”.

La risposta alle tre domande iniziali sono contenute non nella manichea “purezza culturale” da rivendicare, ma in un’idea di Stato immaginario privo di confini e senza limiti convenzionali, dove sono contenute culture che si rigenerano creando nuove espressioni in un movimento all’infinito dove tutti sono liberi di circolare e di essere se stessi. Essere rom, allora, non è un tratto che distingue dall’altro, ma un elemento aggiuntivo che arricchisce generando confronto, scambio e contaminazione.

Dopo anni di lavoro Claudio Cavallo afferma: “Ora siamo pronti ad aprire i confini di Gitanistan a tutti coloro che vogliono chiedere ‘cittadinanza’” e tutto ciò verrà fatto raccontando storie di inclusione, ballando al ritmo della musica, sedendosi a tavola, facendo rivivere tradizioni e interpretazioni del passato. Gitanistan apre i suoi confini il 6 aprile a Roma , per poi ripetersi a Lecce l’8 e il 9 aprile in occasione della Giornata internazionale dei rom. Dal Salento continuerà il suo viaggio per le città dell’Italia, dove la contaminazione tra culture ha fatto nascere prodotti inediti e sconosciuti.

Non ce lo nascondiamo. Per entrare nello Stato immaginario ci vuole un po’ di coraggio e tanta ironia. Elementi che ci torneranno utili quando in Gitanistan scopriremo che la nostra identità è frutto di una miscellanea dove magari è contenuto un frammento di quelle culture che oggi guardiamo con disgusto e disprezzo. Perché la ricerca della purezza identitaria ha sempre portato ad innalzare i confini. Quegli stessi che Gitanistan vuole abbattere: per entrare al suo interno non occorrono lascia-passare.