Secondo i carabinieri usava “bombe” di Eparina, un medicinale anticoagulante, che provocava emorragie interne, fatali. Uccideva a caso, dice il Nas, senza un movente, ma solo perché era depressa, abusava di alcol e di psicofarmaci. Per questo un’infermiera di 55 anni, Fausta Bonino, è stata arrestata dai carabinieri di Livorno: lavora all’ospedale di Piombino ed è accusata di aver ammazzato in un anno e mezzo 13 persone, tra i 61 e gli 88 anni, ricoverate nel reparto di rianimazione: pazienti in condizioni gravi, ma non terminali. 

La serie anomala di decessi nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Piombino si è interrotta solo quando i carabinieri del Nas di Livorno hanno spinto l’Asl a trasferire l’infermiera in un altro reparto, il poliambulatorio. Intanto l’inchiesta è proseguita finché il tribunale ha dato l’ok alla custodia cautelare. L’infermiera si trova ora nella sezione femminile del carcere di Pisa dove è stata portata dai carabinieri che per arrestarla l’hanno aspettata all’aeroporto di Pisa di rientro da un viaggio a Parigi, dove aveva passato una vacanza con il marito in visita a uno dei due figli. La donna è originaria di Savona, la sua famiglia è piemontese, ma da almeno 30 anni abita nella città toscana. E’ ora rinchiusa nel carcere di Pisa

Dopo il suo trasferimento tasso mortalità crollato
L’indagine, iniziata a metà del 2015 e e coordinata dal pubblico ministero Massimo Mannucci, è scaturita da una segnalazione per un’ennesima e inspiegabile morte di un anziano per emorragie diffuse, non collegabili alle patologie di cui era affetto. Il dettaglio su cui fanno perno molti altri elementi è che l’Eparina è una medicinale non previsto dalla terapia di quei pazienti che poi hanno perso la vita. Dopo l’inizio dell’inchiesta da parte del Nas, avviata con una segnalazione, sono state accertate altre tre morti. Secondo quanto ha raccontato il Nas dei carabinieri il tasso di mortalità nel reparto di rianimazione, quando la donna è stata rimossa, è sceso dal 20 al 12 per cento. Gli investigatori non escludono che l’infermiera possa aver ucciso anche in anni passati, precedenti al 2014-2015 e aspettano eventuali segnalazioni per poter svolgere eventuali approfondimenti di altri episodi. La Bonino, hanno aggiunto, era stata in cura per problemi di carattere psicologico, anche se attualmente non era più seguita da un medico di fiducia. I 13 delitti sono stati compiuti, come detto, tra l’inizio del 2014 e l’autunno del 2015. Il primo è stato il 19 gennaio del 2014, ma il ritmo si è alzato qualche mese dopo tanto che le sono attribuite la morte di 6 pazienti avvenute nei soli 3 mesi tra settembre e dicembre. L’ultimo omicidio di cui è accusata è per la morte di una persona il 29 settembre scorso.

Il capo del Nas: “E’ un Giano bifronte, non si rende conto”
“È una persona che ha delle condotte e poi pensa di non averle avute, un Giano bifronte”, dice il comandante del Nas Erasmo Fontana, che ha coordinato le indagini. “Da quello che abbiamo scoperto sembra che il soggetto non abbia la piena cognizione di quello che ha fatto – prosegue Fontana – Non parliamo di incapacità di intendere e di volere, anche perché non sono gli investigatori a doverlo fare, ma di certo la volontarietà di quanto fatto dalla donna è legata al suo stato di depressione”. Fontana parla di “uno stato fluttuante con alti e bassi nel livello e nella pericolosità della depressione” di Bonino. Un’ambivalenza che emerge anche dalle intercettazioni nelle quali in più occasioni la donna, nonostante neghi di aver provocato la morte dei propri pazienti, si dichiara incerta in merito a quanto realmente accaduto. “L’indagine è tuttora in corso – sottolinea Fontana – L’arresto di ieri è stato solo un primo passaggio che si è reso necessario nel momento in cui abbiamo visto che tanti elementi andavano su un’ipotesi di responsabilità così importante per il reato, e consistente per il numero delle vittime. Per questo abbiamo fatto una prima informativa che il giudice per le indagini preliminari di Livorno ha confermato decidendo per la custodia cautelare in carcere nei confronti dell’arrestata. Certo le ricerche continuano per aggiungere ulteriori tasselli a questo quadro indiziario ben definito ma che va affinato”, conclude Fontana, anche per capire eventuali altri casi.

I precedenti
E’ una storia che certamente ricorda altre analoghe avvenute negli ultimi anni. L’ultima in ordine di tempo riguarda Daniela Poggiali, l’infermiera dell’ospedale di Lugo accusata di aver ucciso 11 pazienti. Nel marzo scorso si è concluso il primo capitolo di quella storia: la Poggiali – che fu anche sorpresa a scattarsi alcuni selfie con uno dei cadaveri – è stata condannata all’ergastolo in primo grado dalla corte d’assise di Ravenna. Stessa condanna fu inflitta dalla corte d’assise di Roma a Angelo Stazzi, infermiere della casa di riposo Villa Alex di Sant’Angelo Romano. A Stazzi venivano imputati 5 omicidi, ma in precedenza era già stato condannato per l’omicidio di una collega, Maria Teresa Dell’Unto.

La Regione: “Storia orribile, ma sanità toscana è garanzia”
Ora la questione diventa già politica. La domanda è infatti com’è stato possibile che nessuno si sia accorto di cosa stava accadendo nel reparto di rianimazione di Piombino. Per questo il deputato toscano Federico Gelli (Pd) chiede un’ispezione ministeriale dell’ospedale. Il Codacons offre assistenza legale alle vittime e chiede di “capire come l’infermiera abbia agito l’ospedale di Piombino in tale contesto, se siano stati assunti provvedimenti a seguito delle morti sospette e quali misure siano state adottate dalla struttura a salvaguardia della salute dei pazienti”.

Per la vicepresidente della Regione e assessore alla Sanità Stefania Saccardi si tratta di “una storia orribile, alla quale si fa fatica a credere. Una storia che purtroppo rischia di gettare discredito su una categoria, quella degli infermieri, che invece è fatta da persone che svolgono il loro lavoro con competenza, professionalità, dedizione, spirito di sacrificio, grande senso etico”. Per la Saccardi è “un caso isolato: la missione di un infermiere non è certo quella di dare la morte, ma invece curare, assistere, alleviare il dolore. E questo fanno, con deontologia professionale, gli infermieri del servizio sanitario toscano”. La Regione, conclude l’assessore, verificherà “se vi sia adeguata attenzione nella valutazione dei casi; voglio tuttavia sottolineare che l’indagine è partita sulla base di due denunce da parte del servizio sanitario regionale e che, appena avuto il sospetto del coinvolgimento dell’indagata nei fatti, l’infermiera venne spostata dal suo posto di lavoro”.