Un gip di Roma, Paola Di Nicola, potrebbe aver alzato il velo su uno degli scandali industriali più nascosti di sempre. La tecnologia dei Filtri antiparticolato (Fap) per i motori diesel (quelli che dovrebbero abbattere le polveri sottili) non funziona: anzi, è possibile che sia rischiosa per l’ambiente e la salute. Nonostante il pericolo sia noto da anni, al ministero dei Trasporti nessuno ha fatto niente. Per questo, dice il gip, tre alti dirigenti (tra cui il capo della Motorizzazione) vanno indagati per rifiuto e omissione di atti d’ufficio e, soprattutto, inquinamento ambientale: “È di tutta evidenza – scrive Di Nicola – che lo Stato italiano, rappresentato dagli organi apicali del ministero dei Trasporti, per voluta negligenza ha violato i diritti fondamentali previsti dalla Convenzione europea per i diritti dell’uomo”. Tra i quali, ovviamente, c’è quello alla salute.

Per capire come si arriva a questo nuovo Dieselgate occorre un breve riepilogo. I diesel sono molto inquinanti e, quando cominciarono a entrare in vigore le leggi sulla qualità dell’aria, i produttori dovettero inventarsi qualcosa per diminuire le polveri emesse: i filtri antiparticolato furono indicati come rimedio tecnologico dalle industrie del settore, da allora sono montati su tutte le vetture – e pagati a caro prezzo dai consumatori e pure dallo Stato grazie a generosi contributi pubblici, gli ultimi elargiti ancora nel 2015 – per avere sul libretto la scritta “euro 4” o “euro 5”. Chi stabiliva l’efficacia dei Fap? Il ministero dei Trasporti, attraverso la Motorizzazione e i suoi Centri prova auto (Cpa).

Qui la faccenda si complica. Siamo nel 2008 e al Cpa di Bari si presenta la Dukic Day Dream, impresa veneta che ha brevettato un sistema per eliminare le polveri diverso dai filtri: questi ultimi ingabbiano le Pm10 a valle del motore, il dispositivo Dukic lavora a monte, sulla combustione, facendo produrre meno polveri all’auto. Il test va bene: il dispositivo Dukic, secondo il tecnico, funziona. Non secondo i funzionari del ministero, però: in cinque intervengono a vario titolo per bloccare “l’omologazione”. Motivo: il dispositivo non ha effettuato la “prova di durabilità”, che consisteva nel vedere quante polveri c’erano nel filtro dopo un certo numero di chilometri. A niente è valsa la notazione del Cpa di Bari: la prova di durabilità non si può fare perché questo dispositivo lavora diversamente, cioè a monte del motore.

Da lì partono le denunce – della Dukic, ma anche di due associazioni di consumatori – che oggi esplodono in faccia al ministero. Le indagini le svolge la Procura di Terni, che scopre varie cosette e indaga cinque dirigenti del ministero: gli alti dirigenti Maurizio Vitelli, Vito Di Santo e Alessandro De Grazia e i tecnici Antonio Di Pietrantonio e Paolo Cupini. Le perizie della pm umbra, Elisabetta Massini, rivelano che le omologhe per gli allora monopolisti Iveco e Pirelli erano rilasciate in maniera abbastanza allegra e persino in assenza delle famose prove di durabilità: una vera beffa per l’azienda Dukic che – sia detto en passant – l’omologazione non l’ha ottenuta ancora.

L’inchiesta di Terni arriva poi a Roma nel 2014 per competenza territoriale con un invito: “Valutare l’opportunità di procedere al sequestro dei filtri (…) nonché le conseguenze negative in materia ambientale”. E questa è la frase centrale: dalle perizie e dagli studi presentati, infatti, risulta che i Fap non sono affatto “ecologici”. Il contrario. I filtri lavorano così: bloccano le Pm10 e poi le bruciano finendo per sminuzzarle e produrre particelle inquinanti più piccole (Pm2,5 o inferiori) e pericolose. Le polveri sottili si fermano nel naso, il nanoparticolato finisce direttamente nei polmoni. Il danno ulteriore è che quest’ultimo genere di polveri non è nemmeno rilevato dalle centraline sparse per l’Italia. Tutte le statistiche sull’inquinamento urbano diffuse in questi anni – in cui pure l’Italia è messa assai male – rischiano di essere troppo ottimiste: basti dire che metà del parco auto e quasi tutti gli autobus in città sono diesel.

I dirigenti dei Trasporti, anche in quanto indagati, conoscono questi problemi eppure non li hanno mai segnalati come la legge gli impone di fare: non solo hanno forse danneggiato la Dukic, ma hanno omesso di denunciare un rischio per la salute e permesso così il peggioramento dell’ambiente. E ancora: questa situazione è stata segnalata ai ministri dei Trasporti (Delrio), Salute (Lorenzin) e Ambiente (Galletti) dal procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, con una lettera l’8 luglio scorso (il pm Giorgio Orano aveva chiuso le indagini). Infine: l’Istituto superiore di Sanità ha confermato le preoccupazioni di Pignatone a settembre. Ora la gip di Roma riapre il caso: non solo ha respinto la richiesta di archiviazione sul caso Dukic, ma imposto a Orano di indagare gli alti dirigenti anche per rifiuto e omissione d’atti d’ufficio e inquinamento ambientale (cosa che il pm voleva comunque fare). Gli effetti potrebbero essere enormi.

Di Marco Palombi e Carlo Tecce
Da Il Fatto Quotidiano del 25/03/2016