Luiz Inacio Lula da Silva entra nel governo Rousseff come ministro della Casa civile, un superministero a cui spetta il coordinamento dell’attività di governo. Lo ha annunciato il capogruppo alla Camera del Partito dei lavoratori, Alfonso Florence. Un modo, riporta il quotidiano O Globo, escogitato dal governo di Dilma Rousseff per rilanciare la propria immagine un un momento di forte difficooltà e per proteggere l’ex presidente dalla richiesta d’arresto della procura di San Paolo nell’ambito dell’inchiesta sullo scandalo Petrobras.

La decisione di entrare nell’esecutivo consentirebbe all’ex presidente di mettersi al riparo dai giudici della Mani Pulite brasiliana, che hanno chiesto il suo arresto preventivo, e per rivitalizzare l’azione del governo, alle prese con la peggiore crisi economica da tre decenni e con una crisi politica sfociata nella richiesta di impeachment da parte delle opposizioni. L’annuncio ufficiale, atteso nel pomeriggio di martedì, è slittato per la concomitanza con lo scoop di un settimanale che ha anticipato alcune dichiarazioni del senatore ‘pentitò della tangentopoli brasiliana, secondo il quale Lula e Dilma avrebbero tentato di ostacolare le indagini.

L’ex presidente, 70 anni, si occuperà dei rapporti con il parlamento. Un incarico che esalta le capacità di mediazione dell’ex presidente, al quale spetterà il non facile compito di ricompattare i riottosi alleati a fare quadrato contro la richiesta di impeachment ed a sostenere le misure del governo per rimettere in moto l’economia e far uscire il Paese dalle sabbie mobili della recessione.
Le imponenti manifestazioni contro il governo e in favore dell’impeachment e la decisione del giudice Maria Priscilla Ernandes, che ha scaricato la responsabilità della decisione sulla richiesta di arresto di Lula nella mani del suo più accanito accusatore, il giudice Sergio Moro, avrebbero dunque convinto l’ex presidente-operaio a tornare nel palazzo di Planalto, dove ha governato dal 2003 al 2010.

L’incarico ministeriale metterebbe Lula al riparo dalle indagini del pool di Curitiba che ha scoperchiato il vasto giro di tangenti a politici e imprenditori con soldi prelevati dalle casse dell’azienda petrolifera statale Petrobras. La competenza delle indagini nei confronti dei ministri in carica spetta infatti ai giudici del Supremo tribunale federale, di nomina politica. Lula dunque si troverebbe di fronte giudici nominati da se stesso o da Dilma, visto che da oltre 13 anni il governo è saldamente nelle mani del Partito dei lavoratori.

Lunedì, intanto, Dilma ha nominato un altro magistrato, Eugenio Aragao, vice procuratore generale della Repubblica, nuovo ministro della Giustizia. Aragao, oltre a vantare un ottimo rapporto personale con il procuratore generale, Rodrigo Janot, è considerato molto vicino a Lula.

La controffensiva giudiziaria dell’ex presidente è dunque partita, dopo l’onta della misura coercitiva impostagli da Sergio Moro. Lula era stato prelevato a forza all’alba del 4 marzo scorso dalla polizia federale nella sua casa alla periferia di San Paolo su ordine del giudice simbolo della Mani Pulite brasiliana e condotto a deporre, in veste di testimone, nell’ambito dell’inchiesta ‘Autolavaggiò, che ha già decapitato i vertici del Pt e di Petrobras.

La procura di San Paolo, che indaga su un altro filone dell’inchiesta e accusa Lula di aver ricevuto un appartamento come tangente e di averne occultato la proprietà al fisco, ha anche chiesto la misura cautelare in carcere per l’ex presidente. Accuse che Lula ha respinto con veemenza, definendo l’inchiesta una “carognata politica” e aggiungendo che “un giorno qualcuno dovrà chiedermi scusa”.

Una chiara allusione al molto mediatico giudice Sergio Moro, che nelle manifestazioni contro Dilma e Lula di domenica scorsa è stato acclamato dalla folla come paladino della lotta contro la corruzione all’interno del partito di sinistra. Venerdì prossimo toccherà ai militanti del Pt scendere in piazza in quella che già si annuncia come un test chiave per valutare la tenuta dell’esecutivo.