Vertice Usa-Cina. Trump mette in discussione le armi a Taiwan, Xi traccia la linea rossa. E ora a Pechino arriva Putin
Il simbolismo non è mancato, la diplomazia cinese d’altronde ne fa sempre un gran utilizzo. Ma la tanto attesa visita del presidente statunitense Donald Trump in Cina non ha prodotto, almeno ufficialmente, grandi risultati. La novità più rilevante è stata che il leader Usa è apparso molto più pacato – o intimorito – rispetto a come ha abituato i riflettori internazionali: di solito questi ultimi vengono sfruttati per fare sfoggio di battute, frasi a effetto e balletti. Un approccio inaspettato ma indicativo probabilmente della consapevolezza del peso specifico degli incontri avuti con il presidente cinese Xi Jinping. Un tavolo, quello bilaterale tra Stati Uniti e Cina, su cui è meglio non scherzare.
I temi in agenda erano molti, i principali quelli legati alla situazione in Iran e alla questione di Taiwan, un dossier quest’ultimo sempre al primo posto nella lista delle priorità strategiche di Pechino. Sulla questione mediorientale, Trump è riuscito a ottenere dalla controparte cinese niente più che la riaffermazione del tradizionale posizionamento del gigante asiatico: lo Stretto di Hormuz deve riaprire, è necessario evitare una sua militarizzazione e per cercare di preservare la fragile stabilità regionale l’Iran non deve diventare una potenza nucleare. Oltre a questo, il presidente Usa ha detto che la Cina ha accettato di non fornire equipaggiamento militare alla Repubblica Islamica – un’eventualità che andrà verificata – ma che Pechino continuerà a rifornirsi di petrolio iraniano. Il fatto che poche ore prima Teheran avesse concesso ad alcune imbarcazioni cinesi di transitare attraverso Hormuz è servito da monito per l’amministrazione Usa.
Rispetto a Taiwan, la parte cinese ha ribadito come dal punto di vista del dragone questa situazione possa rischiare di causare gravi scontri se non gestita correttamente. Durante il volo di ritorno verso gli Stati Uniti, Trump ha affermato di aver discusso con Xi Jinping la vendita di armamenti al governo dell’isola. Questa sì, una novità, considerando che solitamente Washington non si confronta con Pechino su una questione così delicata. Il presidente statunitense ha dichiarato di non aver ancora deciso se approvare una vendita di armi a Taipei del valore di 14 miliardi di dollari. Un passo indietro aprirebbe un nuovo scenario, non particolarmente rassicurante per il governo taiwanese.
Trump ha esultato per i grandi risultati che sarebbero stati raggiunti sul fronte commerciale. Per l’inquilino della Casa Bianca sarebbe stato fondamentale tornare in patria con successi concreti da poter spendere con l’elettorato in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. La parte statunitense ha annunciato la conclusione di importanti accordi di fornitura di soia e mais agli importatori cinesi e la volontà di Pechino di acquistare 200 aerei dalla Boeing, con la possibilità che l’ordine possa arrivare fino a 750 velivoli. Di contro, il rappresentante commerciale degli Stati Uniti Jamieson Greer ha affermato che i controlli sulle esportazioni di semiconduttori non sono stati un tema centrale nei colloqui, nonostante la presenza a Pechino dell’amministratore delegato di Nvidia, Jensen Huang.
Guardando all’aspetto prettamente politico della tre giorni di Trump in Cina, c’è da dire che il clima tra i due leader è sempre apparso cordiale e disteso. La portavoce del ministero degli Esteri della Repubblica Popolare ha usato toni particolarmente enfatici sul suo profilo X, parlando addirittura di “un nuovo inizio” nella relazione bilaterale. Come spesso succede in questi casi, il summit in sé è stata la più grande notizia, a segnalare la mutua consapevolezza del peso specifico della controparte.
A ribadire però il fatto che la Cina guarda con interesse anche, se non soprattutto, ad altre latitudini, nelle ultime ore della presenza di Trump in Cina è arrivata la conferma che l’omologo russo, Vladimir Putin, sarà a sua volta a Pechino la prossima settimana. Grande attenzione ha attirato la frase con cui Xi Jinping ha menzionato la “Trappola di Tucidide” parlando del rapporto tra Pechino e Washington. Questo per sottolineare il rischio di conflitto legato all’apparire di una potenza emergente che rappresenta una minaccia per una potenza dominante e alla necessità di gestire con cautela un simile scenario. Seppur con tutte le citazioni colte del caso e in maniera indiretta, il leader cinese ha per la prima volta fatto riferimento a un possibile confronto militare tra Cina e Stati Uniti.