Massimo Ferrero non potrà più fare il presidente della Sampdoria: il patteggiamento ad un anno e dieci mesi per il crac della compagnia aerea Livingston equivale a una condanna, secondo quanto stabilito dalla Corte Federale. Così “Viperetta” – il folkloristico proprietario dei blucerchiati che da quando è entrato nel mondo del pallone ha fatto parlare per le sue gaffe e battute (ma anche per una gestione poco chiara della società) – incorre nelle “disposizioni per la onorabilità” relative ai dirigenti delle società calcistiche italiane. Come direbbero gli inglesi, Ferrero è “unfit”: inadatto ad essere presidente per i suoi precedenti giudiziari. Un altro problema per la Samp in una stagione da dimenticare.

Tutto parte dal ruolo di Ferrero nel fallimento della Livingston, azienda aerea che ha chiuso i battenti nel 2010 con un buco di 40 milioni di euro, lasciando a spasso 500 dipendenti. L’imprenditore romano vi era entrato un anno prima, rilevandola con una piccola somma ma contribuendo al suo dissesto: secondo l’accusa, infatti, aveva distratto capitali dalle casse per immetterli in altre società di sua proprietà. Una storia di malagestio finanziaria, finita in tribunale e conclusa a inizio febbraio: Ferrero ha patteggiato una pena di un anno e dieci mesi (da scontare ai servizi sociali, visto che non potrà beneficiare della condizionale), più un risarcimento da quantificare in sede civile (inferiore al milione di euro). Una soluzione accolta con favore dagli stessi legali dell’interessato, che avevano sottolineato come non vi fossero “impedimenti di alcun tipo allo svolgimento delle attività imprenditoriali”. Ma che potrebbe creargli più di un grattacapo con la Samp.

In Italia non esiste come in Inghilterra un vero e proprio “fit and proper test”, che passi al setaccio il passato di dirigenti e proprietari delle società. Vi sono però delle norme più blande di “onorabilità” da rispettare: per assumere cariche ufficiali in società o in Federazione, non bisogna aver riportato condanne superiori a un anno e passate in giudicato per alcuni delitti. Tra cui violazione delle leggi antimafia, associazione a delinquere, scommesse clandestine. E appunto fallimento. Ma il patteggiamento vale come una condanna? La risposta è sì. Come spiega il Secolo XIX, dopo la conclusione del processo Livingston, la Figc ha chiesto un parere sulla questione alla Corte Federale, appositamente per chiarire la posizione di Ferrero: trattandosi di un “requisito di onorabilità”, l’interpretazione non può essere “stringentemente letterale” e “la sentenza è equiparata ad una pronuncia di condanna”.

L’art. 22 delle Noif, dunque, si applica a Ferrero. “Anche se nella giustizia ordinaria ci sono molti distinguo, in ambito sportivo l’interpretazione della Corte è chiara e vincolante, e apre le porte alla decadenza”, spiega l’avvocato Cesare Di Cintio. I legali di Ferrero hanno presentato ricorso in Cassazione contro il loro stesso patteggiamento, ma l’azione sembra indirizzata solo a guadagnare tempo. Quando il provvedimento diventerà definitivo, Ferrero dovrà autodenunciarsi alla Lega e rinunciare alla carica di presidente. Viperetta, però, può stare relativamente tranquillo: “Le norme – aggiunge Di Cintio – riguardano gli incarichi formali, e non intaccano la vera proprietà societaria come avviene in Inghilterra. Dopo il caso Parma qualcosa sta cambiando e sono state introdotte delle norme più severe, ma siamo ancora lontani dal modello britannico”. Ferrero, dunque, potrà continuare a detenere le quote della Samp. Se questo sia un bene o un male per i tifosi blucerchiativisti i conti preoccupanti e una gestione non proprio trasparente – lo dirà il tempo.

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