L’anno scorso di questi tempi il calcio a Genova profumava d’Europa. Genoa e Sampdoria correvano nel treno di testa del campionato e a fine stagione celebrarono la qualificazione all’Europa League il Genoa e la Sampdoria il ripescaggio nelle coppe europee proprio ai danni del Genoa, escluso per aver non ottenuto la licenza europea. Sembra passato un secolo. Dal volo nello spazio fra le Grandi, le squadre genovesi sono bruscamente ripiombate sulla terra. Tutte e due in lotta addirittura per non retrocedere, con le rispettive piazze entrate in ebollizione. Annata dispari, cominciata malissimo per i blucerchiati, immediatamente eliminati dall’Europa League dai carneadi serbi del Vojvodina. E proseguita peggio, dopo il cambio della guida tecnica: da Zenga a Montella. Una picchiata senza fine, arrestata in extremis domenica scorsa con la vittoria nello spareggio contro il Frosinone.

Chi lo avrebbe immaginato? Da spauracchio di Juventus, Roma e compagnia bella in un batter d’ali a decaduta rivale delle provinciali. Sic transit. Questo è il calcio. La popolarità del presidente Massimo Ferrero, detto il Viperetta, altissima fino all’estate è crollata come le torri gemelle. L’interesse per il club manifestato dal tycoon del petrolio nigeriano, Gabriele Volpi, ha messo in fibrillazione i fans, elettrizzati all’idea di cadere in grembo al facoltosissimo imprenditore che ha fatto fortuna in Africa con la logistica dell’oro nero. Ma finora nulla è accaduto e Ferrero ha ribadito di non voler mollare il timone. Per rinunciare chiede almeno 80 milioni, una cifra che Volpi giudica spropositata. Con ragione. La Sampdoria Ferrero l’aveva ricevuta praticamente gratis, nell’estate del 2014, da Edoardo Garrone.

Il primogenito di Riccardo Garrone (scomparso nel 2013) gli aveva regalato le azioni sociali, abbonato una trentina di milioni di debiti e ricapitalizzato la società per una quindicina. Quando si dice nascere con la camicia. Ma certi regali, una volta ricevuti, bisogna saperseli meritare. Il futuro di Ferrero e dunque della Sampdoria per ora si preannuncia a tinte fosche. L’uomo del cinema, trasformato da Maurizio Crozza in una popolarissima icona del politicamente scorretto, deve prepararsi a camminare con le proprie gambe. Garrone ritirerà le fideiussioni bancarie che gli aveva concesso e il Viperetta dovrà trovare altri finanziatori. La Sampdoria come quasi tutti i club del pallone in Italia è un’azienda in perdita. O si fa cassa vendendo giocatori o si finisce in tribunale. Ferrero ha già cominciato a incassare a gennaio, vendendo l’italo-brasiliano Eder all’Inter per 14 milioni di euro. Ed è pronto a inviare a Milano anche l’altro gioiello, il centrocampista Roberto Soriano, come Eder nel giro della nazionale. “E poi? Che succederà?” s’interrogano inquieti i tifosi. “Se con questa squadra ci salveremo a fatica, dove andremo a finire il prossimo anno?”. Appunto. Ferrero, “testaccino” e tifoso della Roma, ha incensato Totti (“lui è il calcio, è un patrimomnio della Roma, come l’Unesco. ma se vuole, può venire a giocare nella Sampdoria“.

La Sampdoria annaspa tuttora nei bassifondi, quint’ultima in classifica a pari punti (28) con i cugini del Genoa, appena cinque lunghezze sopra il Frosinone terz’ultimo e primo dei condannati virtuali alla B assieme a Carpi e Verona. Andamento lento. Anzi, da tartarughe. Durante la gestione Zenga – anche lui un ex come l’Aeroplanino – la squadra aveva raccolto 16 punti in 12 gare lasciandola, a novembre, al decimo posto. Montella viaggia con un bottino di 12 punti in 15 gare. Un passo ancora troppo lento per garantirsi la salvezza. Non va meglio il Genoa, partito con il sale nelle ferite aperte per l’esclusione dall’Europa. Il presidente Preziosi si era sbilanciato con una promessa: “Mi farà perdonare dai tifosi allestendo una squadra più forte”. Figurarsi. Quasi subito relegato nella parte destra dellla classifica – il purgatorio dei poveri – il vecchio Grifone non si è mai risollevato. Ha perduto il derby di andata – un rocambolesco 3-2 – e a gennaio ha detto addio al pezzo novanta della squadra, l’argentino Diego Perotti, dirottato alla Roma per 10 milioni di euro. Denaro vitale per un bilancio in costante sofferenza. Il clima attorno alla squadra si è fatto pesante e la frangia più calda della tifoseria sta inscenando manifestazioni ostili verso Preziosi – e qui niente di nuovo – e persino dell’allenatore Gasperini, una icona per il pubblico genoano, l’uomo capace di centrare un quarto e un sesto posto nel giro di sei anni.

Da mesi è aperta una trattativa fra Preziosi e Giovanni Calabrò, imprenditore di origini reggine trapiantato a Montecarlo, amico di Piersilvio e Marina Berlusconi. Calabrò ha eccellenti entrature in Russia e nel mondo arabo del Golfo. I suoi interessi spaziano dalle miniere allo sfruttamento di pozzi petroliferi, all’acquisizione di aziende, alla finanza pura. Un potenza. Purtroppo il confronto tra Preziosi e Calabrò, dopo un esordio promettente, spinto all’endosement del governatore ligure Giovanni Toti, amico di Calabrò, si è impantanato. E l’offerta del tycoon per acquisire la FinGiochi (la cassaforte di Preziosi, che detiene la maggioranza della Giochi Preziosi e del Genoa) è stata ritenuta inadeguata dal presidente genoano. Calabrò sarebbe stato pronto ad accaollarsi debiti per 60 milioni e a ricapitalizzare per altri 30. Ma Preziosi è troppo innamorato del suo giocattolo calcistico e tiene duro. Dopotutto, un primato lo ha conseguito. E’ il presidente che ha mantenuto il Genoa più a lungo in Serie A nell’intero secondo dopoguerra: dieci anni. Intanto Spezia e Virtus Entella – il calcio ligure di provincia – sono in lotta per accedere ai play off per salire in Serie A. Volpi e Gozzi, i rispettivi patron, sognano il derby con Genova. Ma questa è un’altra storia.