Davvero pochi sono i dubbi su chi abbia armato la mano del sicario che ha assassinato la dirigente popolare honduregna Berta Caceres. A prescindere da chi sia stato l’esecutore materiale di questo o altri delitti, vi è infatti una regia precisa, individuata lucidamente dalla stessa Berta la quale qualche tempo fa affermò che durante tutta la sua vita era stata consapevole di ciò che le poteva accadere partecipando alla lotta, “como también estoy consciente de que nos estamos enfrentando a un poder oligarca, banquero, financiero y transnacional, así como al mismo Estado de Honduras y a sus cuerpos represivos, que históricamente se han plegado a los intereses de las grandes empresas transnacionales. ¡No me doblegarán!”.

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Il nodo lucidamente individuato da Berta è il legame fra lo stato repressivo dell’Honduras e il potere delle multinazionali. Si tratta dello Stato dove ha avuto inizio sette anni fa fa circa l’ondata controrivoluzionaria che si sta oggigiorno abbattendo sui governi progressisti dell’America Latina e ancora più sui suoi movimenti popolari. In quanto leader dell’organizzazione indigena honduregna Copinh Bertha si era opposta al colpo di Stato e con le sue molteplici iniziative dava molto fastidio a lorsignori. In particolare si stava opponendo alla costruzione di una grande diga sul fiume sacro Gualcarque, progettato dalla Banca mondiale. La costruzione della diga in questione stava avvenendo senza tenere in considerazioni le rivendicazioni della comunità indigena.

Sono del resto ben 111 i militanti ambientalisti uccisi nel Paese centroamericano dal 2002 a oggi. Un vero paradiso neoliberista, un paradiso per i padroni del mondo, liberi di far assassinare chiunque si opponga loro, un modello vero e proprio per le multinazionali, in cui trasformare tutto il resto dell’America Latina spazzando via movimenti e governi popolari. Come affermato da due eurodeputate va denunciata la complicità delle autorità europee e statunitensi con il colpo di Stato del 2009, le violazioni dei diritti umani e l’inasprimento del saccheggio delle ricchezze naturali che l’hanno accompagnato.

Non mancheranno certo, anche in questo caso, i “garantisti” ad oltranza, gentaglia che nell’interesse degli assassini di Berta (mandanti ed esecutori) osserverà che “in realtà non ci sono prove”. Gentaglia che sarebbe stata pronta a suo tempo ad affermare che Falcone e Borsellino sono saltati in Italia per colpa di qualche bombola del gas difettosa. Del resto le autorità honduregne parlano di delitto compiuto da alcuni ladri. E non mancherà chi darà loro credito. A cominciare ovviamente dai diretti responsabili di questo ennesimo assassinio e di tutti coloro che sono sul loro libro-paga.

Mentre deve continuare ed estendersi la mobilitazione in solidarietà con il movimento democratico honduregno, chiedendo protezione per chi potrebbe essere eliminato nelle prossime ore, come ad esempio il difensore dei diritti umani messicano Gustavo Castro, ferito nell’attentato a Berta, cui le autorità honduregne stanno impedendo di abbandonare il Paese, occorre trarre alcune conseguenze di carattere generale da questo episodio.

In primo luogo, e questo deve valere per tutti i governi, nessun progetto può essere attuato in contrasto con la volontà delle comunità locali. Si tratta di un principio di carattere generale che deve valere in Honduras come in Val di Susa. Questo anche perché solo la comunità locale è in grado di decidere in modo equo e ragionevole sulla destinazione delle risorse estratte dal suo territorio e sulla destinazione dello stesso, secondo la logica inderogabile dello sviluppo autocentrato e della democrazia partecipativa.

In secondo luogo va posta fine all’irresponsabilità giuridica di soggetti, come le imprese multinazionali, che godono di un enorme potere di fatto, che esercitano condizionando i governi e imponendo le proprie agende, priorità ed interessi. In questo senso va un progetto di accordo internazionale per obbligare le multinazionali a rispettare i diritti umani, approvato nel 2014 dal Consiglio dei diritti umani su proposta di un nutrito gruppo di Stati, tra i quali Bolivia, Ecuador, Cuba e Venezuela.