Due settimane. Due settimane è il tempo che il partito repubblicano ha per far naufragare la candidatura di Donald J. Trump. Martedì 15 marzo si vota in alcuni Stati importanti – anzitutto Florida e Ohio – e i repubblicani devono entro quella data trovare un modo per bloccarlo. Il problema è che due settimane sono un lasso di tempo brevissimo. Dopo il voto di martedì, Trump ha detto: “Io sono l’unificatore”. In realtà il partito non è mai apparso così diviso, allo sbando, spaccato tra interessi e strategie diverse, preso in un gorgo di nichilismo che fa dubitare del suo stesso futuro politico.

Il Super Tuesday ha decretato che tutti i piani sin qui messi in piedi per far cadere Trump sono falliti. Non è servito l’appello ai principi, all’ideologia, alla tradizione repubblicana. Prima del voto in South Carolina, uno Stato conservatore, con una forte presenza di militari, Trump ha tranquillamente insultato la famiglia Bush, si è scontrato col Papa ed è arrivato a dire che Planned Parenthood, l’organizzazione che offre servizi abortivi, fa comunque “un buon lavoro”. Nonostante questo, ha vinto. Prima del Super Tuesday, ha rifiutato di prendere le distanze dal leader razzista e antisemita David Duke e dal Ku Klux Klan. Ancora una volta, nonostante tutto, ha vinto in Stati moderati come Massachusetts e Vermont.

Lo slancio populista di Trump è del resto indifferente a qualsiasi distinzione ideologica, di schieramento, e spiazza un partito che su forti contrapposizioni ideologiche ha costruito gli ultimi trent’anni. Ancora più grave, per il G.O.P., è stato comunque il non aver trovato un candidato su cui puntare. Tramontato Jeb Bush, vittima di se stesso e di una campagna stanca e rinunciataria, l’establishment di Washington si è ricompattato su Marco Rubio. Altra scelta sbagliata. Dei 15 Stati che hanno sinora votato, Rubio ne ha vinto uno. In gran parte degli altri è arrivato terzo, con percentuali talmente basse da fargli ottenere un numero scarsissimo di delegati. “Può pensare di avere speranze uno così?”, lo ha dileggiato Trump. La risposta che gli stessi big del partito si danno, a Washington, è ormai una. “No, non ha speranze”.

Ancora più problematico il resto del campo repubblicano. John Kasich può apparire come il candidato capace, a novembre, di attrarre il voto degli indipendenti. Ma il suo risultato più promettente, al momento, appare un secondo posto – dietro Trump – nel minuscolo Vermont. E il calendario dei prossimi giorni, con voti in Kansas, Kentucky, Louisiana, non sembra fatto per esaltare un politico moderato e tendenzialmente bipartisan (“l’Obama repubblicano”, lo chiamano i conservatori). Quanto a Ted Cruz, sarebbe come saltare dalla padella nella brace. Per la dirigenza di Washington, Cruz è un populista astuto e incontrollabile. Lui ricambia, definendo quella dirigenza, con disprezzo, “the Washington cartel”.

Ecco dunque che alla domanda “che fare?”, che circola praticamente in ogni stanza, talk-show, riunione dove ci sia un repubblicano, è difficile dare risposta. L’opzione a questo punto più probabile è una: puntare tutto sul 15 marzo, quando voteranno Florida e Ohio. Rubio è senatore della Florida; Kasich governatore dell’Ohio. I due dovrebbero riuscire a imporsi a “casa loro”, sottraendo a Trump la possibilità di conquistare la maggioranza assoluta prima della Convention di Cleveland. Proprio a Cleveland a luglio si scatenerebbe quindi la battaglia per far convergere i delegati di Trump su un candidato alternativo.

È un piano fattibile? Probabilmente sì, ma a costo di lacerazioni che trasformerebbero la Convention in un’arena di gladiatori, più che in un consesso politico durante il quale nominare il candidato alla Casa Bianca. Senza contare che le faide repubblicane, esaltate dalla presenza dei sostenitori di Trump e del suo messaggio anti-establishment, farebbero apparire i democratici riuniti sotto Hillary Clinton un partito affidabile, stabile, capace di guardare al bene dell’America più che a interessi particolari e divisioni intestine.

Il problema è che, a questo punto, quasi tutto appare comunque difficile; e, per certi versi, suicida. Lo scontro con Trump è stato portato troppo in là: prima ignorato, poi affrontato male, quando il “ciclone” si era già abbattuto sul partito e aveva fatto danni. E del resto, con Donald Trump, i repubblicani USA subiscono una sorta di nemesi. Per anni, il partito ha dato voce a frange sempre più radicali. Per anni deputati e senatori hanno giocato una partita su due tavoli: parte dell’establishment a Washington, anti-establishment quando si trattava di andare a cercare voti fuori della capitale. Per anni, i politici del G.O.P. hanno nutrito ogni forma di contestazione al governo federale: si trattasse di diritto all’aborto, tasse, porto d’armi – il caso del Tea Party, con cui in molti hanno flirtato è esemplare. Il mostro della protesta radicale, estrema, anti-politica, gli si rivolge ora contro e prende le sembianze di Donald Trump.

Quale che sia la strategia da seguire ora, il vero fantasma che percorre il mondo repubblicano è comunque quello della spaccatura. C’è chi dice ormai apertamente, tra i repubblicani, che non intende votare Trump, nel caso fosse il nominato. “L’amore per il mio Paese è più forte della lealtà a mio partito. Non posso sostenere un candidato così privo di carattere e discernimento”, ha spiegato Scott Rigell, repubblicano del Vermont. Sulla stessa linea un deputato, Mark Sanford, e il senatore del Nebraska Ben Sasse. E Paul Ryan, lo speaker della Camera, di fronte al rifiuto di Trump di dissociarsi dal Klu Klux Klan, ha lanciato l’avvertimento: “Non c’è posto nel nostro partito per chi difende i bigotti”.

Le parole più forti sono state però pronunciate proprio dal senatore Sasse, che ha prospettato la possibilità di un “terzo partito”, nel caso Trump occupasse il campo repubblicano. A quel punto, attorno al miliardario newyorkese, si coalizzerebbero i gruppi più conservatori, quelli della destra del Tea Party, probabilmente settori dell’elettorato religioso. Dall’altra parte, l’establishment di Washington, i moderati, gli eredi del “partito di Lincoln e Reagan”, come l’ha chiamato Marco Rubio. Si tratta, al momento, soltanto di una ipotesi, per certi versi una boutade, che però rivela un dato di fatto. Mai, dal 1964, da quando i conservatori presero il controllo del partito e nominarono Barry Goldwater, il G.O.P. ha vissuto una crisi d’identità così distruttiva.