Donald Trump o Ted Cruz? L’alternativa cui si trovano di fronte i repubblicani Usa e l’intero mondo conservatore americano non è soltanto qualcosa di impensabile pochi mesi fa. E’ anche il sintomo di una crisi profonda, di divisioni feroci e di una scelta che potrebbe potenzialmente distruggere il Grand Old Party; o almeno cancellarlo dall’orizzonte politico nella sua forma attuale.

Il 1 febbraio, lunedì prossimo, si vota per le primarie in Iowa; il 9 febbraio in New Hampshire. Il voto riguarda democratici e repubblicani, ma l’atmosfera è particolarmente tesa soprattutto in campo repubblicano. Soltanto ultime ore, c’è stato l’attacco durissimo di Marco Rubio a Planned Parenthood, il gruppo che si occupa di aborto e salute della donna; c’è stato l’emergere di un dato, i 35 milioni spesi dai candidati repubblicani più moderati per farsi la guerra l’un l’altro; c’è stato, soprattutto, il clamoroso no di Donald Trump al dibattito televisivo organizzato da Fox News a pochi giorni dal voto. Al magnate non è piaciuto un passo contenuto in un servizio di Fox, quello secondo cui Trump, nel caso diventasse presidente “chiederà ai suoi seguaci di Twitter se deve incontrare l’Ayatollah o Putin”.

Questo però è un copione abituale, nel gran circo delle primarie, se paragonato al vero dramma che travolge il campo repubblicano: quello appunto di una campagna che non è andata come ci si aspettava e che ora, con ogni probabilità, non è più possibile raddrizzare. Per mesi “il fenomeno Trump” è stato liquidato come puro folklore. L’epiteto più frequente scelto per il miliardario newyorkese era “clown”. Per mesi si è atteso l’emergere del vero candidato – poteva essere Jeb Bush, poteva essere Marco Rubio, poteva essere John Kasich – capace di unificare il partito sotto un’ala di conservatorismo moderato. L’alternativa “moderata” non è mai emersa. Non soltanto Donald Trump ha continuato a macinare consensi, sempre più ampi e convinti ad ogni sparata populistica – contro gli immigrati, le donne, i portatori d’handicap. Ma alla fine ad emergere come unica possibile alternativa a Trump è stato il senatore del Texas Ted Cruz; che per la leadership repubblicana, da molti punti di vista, è persino peggio di Trump.

A pochi giorni dal voto in Iowa la domanda che l’élite politica repubblicana di Washington si trova di fronte pare dunque questa: è meglio il populismo di Trump o il conservatorismo radicale di Cruz? E qui le risposte nel partito si differenziano, a seconda degli interessi, delle posizioni, del ruolo che singoli o gruppi dell’arcipelago repubblicano – di solito molto frastagliato – rappresentano. Se infatti per la “struttura” del partito – i suoi lobbisti, funzionari, portaborse – Cruz è sicuramente una minaccia esistenziale, la classe intellettuale sembra temere molto di più l’effetto di Trump.

Nonostante si rivolgano entrambi soprattutto all’elettorato più radicale e di destra, Trump e Cruz sono infatti due candidati molto diversi. Donald Trump è un miliardario con un passato di simpatie liberal. Ha finanziato indistintamente, negli anni passati, politici progressisti o conservatori, a seconda di chi potesse favorire i suoi interessi di imprenditore. Il cuore del suo “messaggio” politico non è neppure assimilabile a una supposta destra o sinistra. L’appello di Trump è “populista” nel senso che si rivolge a una massa di americani genericamente insoddisfatti per come sono andate le cose negli ultimi anni: classe media impoverita, ampi settori di popolazione preoccupati per possibili attacchi terroristici, maggioranza silenziosa alle prese con i cambiamenti introdotti da migrazioni, nuovi assetti produttivi, matrimoni gay. Alla massa dei delusi e insoddisfatti, Trump offre l’alternativa generica di un’“America grande”, di nuovo potente, di certo rassicurante – il tutto mediato e realizzato attraverso l’azione quasi messianica dell’uomo forte. Lui, appunto, Donald Trump.

Si tratta di un’indifferenza ai valori portanti del repubblicanesimo che preoccupa. Preoccupa i repubblicani moderati, tradizionalmente attenti ai corpi intermedi e sospettosi di ogni forma di populismo; e preoccupa i repubblicani conservatori, che non si fidano di Trump in tema di aborto, religione, stili di vita. Proprio per questa sua alterità al vecchio partito, Trump non ha una struttura che lo sostiene. Oltre al gruppo messo insieme, spesso un po’ fortunosamente, per questa campagna, Trump resta per i repubblicani un “marziano”. Non ha legami particolari con la struttura di Washington; non si porta dietro un mondo di interessi e think-tank; non ha suoi uomini pronti a prendere in mano il corso quotidiano degli affari politici.

Il caso di Ted Cruz è diverso. Cruz porta con sé un’ideologia chiara e riconoscibile. E’ un conservatore vicino ai Tea Parties e alla destra religiosa. A differenza di Trump, che dice di essere “pro-life” ma poi si rifiuta di rispondere alla domanda se “l’aborto è male sempre”, Cruz ritiene che l’aborto sia un crimine da evitare comunque, anche nel caso di stupro o pericolo di vita per la donna. Se Trump non ha una vera dottrina in politica estera, e oscilla tra spacconate interventiste e idee di ritiro dell’America dal mondo, Cruz dipinge una decisa politica militare nelle aree più calde. Soprattutto, a differenza di Trump, Cruz si porta dietro “un mondo”: gruppi da beneficiare, uomini da piazzare, strategie da implementare.

E’ questa radicale divaricazione tra i due – con al momento maggiori possibilità di vittoria – a dividere anche il campo repubblicano. In generale, intellettuali, riviste, giornali che riflettono e rilanciano il pensiero conservatore ritengono che la vera minaccia venga da Trump. Alcuni giorni fa Rich Lowry, direttore di National Review, ha lanciato un manifesto, poi firmato da altri esponenti di punta del pensiero conservatore – tra questi Erick Erickson, William Kristol, Yuval Levin – che spiega che Trump non ha alcun interesse a limitare il ruolo del governo centrale e mostra forti impulsi autoritari. “Donald Trump è una minaccia al conservatorismo americano – scrivono quelli di National Review – che distruggerebbe il lavoro di generazioni, lo calpesterebbe a vantaggio di un populismo incurante e crudo come Donald stesso”.

Molto più riconoscibile, per gli intellettuali repubblicani, il conservatorismo estremo di Cruz, che si identifica con settori sociali ben definiti e probabilmente minoritari dell’universo repubblicano, ma che almeno fa parte di quell’universo. Questa interpretazione incontra però molti dubbi proprio nella struttura del partito di Washington, nella sua ala più operativa e militante. Cruz non ha mai nascosto il suo disdegno per la leadership del G.O.P., quella che lui, da uomo del Texas, continua da anni a prendere di mira come origine dei mali del Paese. E’ fuor di dubbio che, una volta candidato alla presidenza, quindi con una più forte presa sul partito, non esiterebbe a far piazza pulita di molto e molti. “Possiamo vivere con Trump – ha spiegato Richard F. Hohlt, un lobbista da tanti anni al servizio dei repubblicani a Washington – Trump piace a tutti? No. Ma la percezione è che non si sovrapporrà al partito stesso o collocherà persone sue. Mentre invece Cruz ha gente sua”.

La relativa indifferenza ideologica di Trump è poi, per la leadership di Washington, garanzia del fatto che prima o poi questi avrà bisogno del partito. Come ha spiegato un altro lobbista da anni sulla scena politica, Charles R. Black, “nel caso venisse nominato, Trump sarà terrorizzato. A quel punto chiamerà il partito e dirà di voler trattare e discutere”. Con un’appendice – spesso non detta – che però è davanti agli occhi di tutti. Trump non ha grandi possibilità di vittoria, nel caso fosse il candidato ufficiale dei repubblicani. Tanto vale lasciargli in mano il partito fino a novembre, liquidare questa parentesi e tornare alla normalità.

A pochi giorni dall’inizio ufficiale delle primarie, il partito repubblicano si trova dunque in una situazione per molti versi simile a quella che segnò un’altra sfida storica: quella tra Barry Goldwater e Nelson Rockfeller nella campagna per le presidenziali del 1964, con la contrapposizione tra una visione più pragmatica e una più dogmatica e purista del conservatorismo. Lo scontro questa volta sembra però molto più profondo di allora, permeato da una sensazione spiacevole: che chiunque sia nominato, e comunque vada il prossimo novembre, quello che è in gioco oggi è il destino stesso del conservatorismo Usa.