A un recente incontro a Berkeley con una novantina di finanziatori democratici, John Podesta ha detto di considerare “Ted Cruz il candidato più probabile dei repubblicani alla presidenza”. Podesta, che dirige la campagna elettorale di Hillary Clinton e che è da anni uno dei più ascoltati e potenti strateghi democratici, parlava nel privato di una stanza a una platea di amici e sostenitori. Ma il commento è stato fatto trapelare e ha confermato quella che è ormai molto più di una semplice percezione: e cioè la forza che la candidatura di Cruz sta acquistando.

L’ascesa di Ted Cruz alla vigilia dell’inizio delle primarie – si parte il 1 febbraio, con i caucus in Iowa – è per certi versi inaspettata. Quarantacinque anni, nato in Canada da padre cubano e madre statunitense, Cruz è senatore del Texas e rappresentante di un conservatorismo duro e pugnace, più vicino ai Tea Party e ai gruppi della destra cristiana che al vecchio repubblicanesimo delle élites moderate e pro-business. Cruz è saldamente contro aborto e matrimoni gay, non crede al riscaldamento globale, si oppone a qualsiasi misura su controllo e vendita delle armi, non vuol sentir parlare di riforma dell’immigrazione, è contrario ai minimi salariali, sostiene consistenti tagli alle tasse ed è uno dei nemici più tenaci dell’Obamacare.

Sin qui, il suo profilo non si discosta molto da quello di altri repubblicani emersi sulla scena politica negli ultimi quindici anni. Ted Cruz è sembrato, fin dall’inizio della campagna, meno legato ai gruppi della destra cristiana di quanto fossero stati Mike Huckabee alle primarie del 2008 e Rick Santorum a quelle del 2012. Cruz è apparso non così segnato dalla vena populista e chiassosa incarnata da un’altra candidata del 2012, Michele Bachmann. Detto questo, proprio come Huckabee, Santorum, la Bachmann, molti hanno visto in Cruz uno dei fuochi fatui destinati a spegnersi con l’avanzare della campagna elettorale.

E invece non è andata così, per una serie di ragioni che hanno a che fare solo parzialmente con Ted Cruz. Anzitutto, le primarie repubblicane sono state in qualche modo “prese in ostaggio” dalle dichiarazioni e dalla personalità di Donald Trump. Contando su una larga fortuna personale e sull’ira e il fastidio di buona parte dell’elettorato conservatore nei confronti dei politici repubblicani, Trump ha guadagnato consensi e costruito una rete di appoggi e solidarietà che ora appare difficile da scardinare. I leader del partito hanno creduto – e sperato – che Trump finisse presto travolto dall’estremismo un po’ cialtrone delle sue posizioni. Le spinte populistiche e dell’antipolitica – che sembrano almeno per ora i caratteri più evidenti della base repubblicana – hanno sospinto Trump, esaltando la sua vena di qualunquismo. In altre parole, più Trump l’ha sparata grossa – il muro con il Messico, gli insulti sessisti, il bando ai musulmani – più le sue quotazioni sono cresciute.

Contemporaneamente al “ciclone Trump”, c’è stato il tramonto del candidato su cui la leadership del partito puntava, Jeb Bush, che resta di gran lunga il prediletto dei “big” e del mondo degli affari – ha raccolto più di 133 milioni in finanziamenti elettorali – ma che non è riuscito a emergere per personalità e forza del messaggio politico. Accanto alla sempre più sbiadita performance di Bush, non ha davvero preso forma l’altro candidato su cui i grandi elettori del partito continuano a puntare, Marco Rubio, incerto sulla strada da prendere: conservatore, moderato, volto giovane della politica, liberista convinto o compassionate conservative.

E’ su questo sfondo che le possibilità di Ted Cruz crescono. Il suo essere saldamente conservatore, senza tentennamenti o incertezze, lo aiuta nella fase delle primarie, quando il popolo repubblicano che partecipa e vota è quello più ideologico, più legato a un nucleo duro di principi chiari e indiscutibili. C’è, a questo proposito, un dato significativo. Dopo Jeb Bush, è proprio Ted Cruz ad aver raccolto più fondi elettorali: 64,6 milioni. A differenza di Bush, che ha ammassato gran parte del denaro attraverso il suo super PAC “Right to Rise”, Cruz è però stato beneficiato dall’azione congiunta di un comitato elettorale che raccoglie i contributi più sostanziosi e dalle donazioni di un’ampia massa di semplici elettori. Segno, appunto, che il suo messaggio ha fatto breccia e raccolto consensi ben oltre le stanze del potere e degli affari.

A differenza di gran parte degli altri candidati, Cruz non è poi mai caduto nel tranello teso da Trump. Non l’ha mai criticato apertamente, non l’ha mai scomunicato come “esterno” alla tradizione repubblicana, non lo ha mai svillaneggiato per le sue uscite folkloristiche. Anche recentemente, dopo la proposta di impedire ai musulmani l’entrata negli States, Cruz si è tenuto alla larga dalle condanne di gran parte dei suoi colleghi di partito. Ha spiegato anzi che Trump “illumina delle questioni che meritano di essere discusse”. In questo modo, mescolando la sua versione di conservatorismo duro, di critica serrata delle politiche di Obama, di attenzione alle pulsioni più populistiche degli elettori, Cruz si è messo al riparo da critiche e contraccolpi che hanno travolto altri dirigenti del partito.

C’è, infine, un dato di calendario che sembra favorire Cruz. L’Iowa sarà il primo Stato a votare nelle primarie; poi verranno New Hampshire e South Carolina. Il passato insegna che un candidato va avanti nella corsa per la Casa Bianca se riesce a vincere almeno uno dei tre (Rudy Giuliani, che nel 2008 attese le primarie in Florida, finì molto male). Cruz è dato primo nei sondaggi in Iowa – un sondaggio “Monmouth University” di inizi dicembre lo colloca al 24% dei consensi, contro il 19 di Trump – ed è messo molto bene in South Carolina, altro Stato conservatore.

Un buon risultato in Iowa e South Carolina gli darebbe lo slancio per affrontare la meglio la tornata elettorale del primo marzo, quando voteranno un altro gruppo di Stati vicini alla cultura politica di Cruz: Alabama, Arkansas, Georgia, Tennessee, Texas. A differenza di altri candidati del passato che, dopo un buon inizio, si sono persi (vedi Huckabee e Santorum, che vinsero in Iowa), Cruz ha dalla sua anche il capitale di finanziamenti sin qui incassato, che gli darà modo di comprare spazi televisivi e fare campagna ben oltre le prime tappe della sfida elettorale.