Si conclude stasera (con la finale tra Alida, Erica e Lorenzo) l’edizione più strana nella storia di MasterChef Italia. Sì, perché il successo del programma è innegabile ed è fatto di freddi ma eloquenti numeri: 1.375.000 spettatori per la semifinale, con uno share del 4,68% (roba da RaiTre in serata di magra o da La7 in serata buona); 42mila cinguettii e 2,6 milioni di impression su Twitter; l’hashtag ufficiale #MasterChefIt entrato nella classifica dei trending topic mondiali.

Un trionfo, per il cooking show di SkyUno? Sì, certo. Ma la quinta stagione di MasterChef è paradossalmente anche quella che più delle altre ha mostrato i limiti e soprattutto la stanchezza del format.

MasterChef Italia è diventato mainstream (e questo non è un male), e come tutte le cose mainstream deve anche subire gli attacchi dei competitor o di chi, per un motivo o per un altro, vuole affossarne l’appeal. Dopo lo spoiler di Striscia dello scorso anno, anche la quinta edizione ha dovuto fare i conti con le soffiate arrivate da più parti: dalle pagine di Dagospia e Wikipedia. Spoiler contrastanti tra loro e a cui non faremo neppure cenno. Perché lo spettatore, non il format o la rete televisiva, merita rispetto.

Ma le polemiche e gli agguati della concorrenza non sono certo colpa del programma. Quello che è responsabilità diretta di MasterChef, invece, è una certa stanchezza nel ripetersi di un rito culinario-televisivo sempre uguale a se stesso, in cui la qualità del montaggio e di una certa efficacia narrativa passano in secondo piano rispetto a un canovaccio che ormai è sempre quello, senza picchi o novità. Forse il cast di cuochi amatoriali di questa stagione non è stato il massimo, e in un programma del genere il cast è più della metà del piatto da servire ai telespettatori. Ma forse c’è anche dell’altro ed è giunto il momento di dirlo.

Ci sono tre elefanti nella stanza e far finta di nulla non aiuterà certo il futuro del format: stiamo parlando dei tre giudici storici Carlo Cracco, Bruno Barbieri e Joe Bastianich (la new entry Cannavacciuolo è una storia a sé che approfondiremo tra poco). Los tres caballeros della cucina che piace alla gente che piace sono stati per anni una miniera d’oro che sembrava inesauribile. Purtroppo, però, anche la vena aurifera più ricca prima o poi finisce, ed è esattamente quello che sembra essere successo a loro.

Negli ultimi anni li abbiamo visti in tutte le salse: ospiti di talk show, talent, persino del Festival di Sanremo; testimonial per una quantità infinita di prodotti e brand (dalle pentole alle patatine, passando per le crociere). Sono diventati star, protagonisti del bel mondo, onnipresenti sulle cronache mondane. Hanno sfruttato nel modo migliore possibile questa gigantesca ondata di notorietà. Buon per loro, beninteso, ma a rimetterci, adesso, è MasterChef, visto che deve “accontentarsi” di tre fuoriclasse spompati, che esauriscono le energie (e la quota di esposizione mediatica) nel corso dell’anno e poi arrivano ormai annoiati e loffi a ricoprire il ruolo che dovrebbe essere quello principale, cioè il giudice di MasterChef Italia. Se la quinta edizione del pur apprezzabile programma è sembrata decisamente meno interessante di quelle precedenti, la responsabilità è innanzitutto loro.

Ma forse dalle parti di Sky lo avevano già capito, visto che l’innesto del quarto giudice Antonino Cannavacciuolo è stato, in questo senso, una benedizione del cielo. Vuoi perché il personaggio è di indole decisamente diversa rispetto ai suoi colleghi, vuoi perché non si è ancora sovraesposto mediaticamente, vuoi perché non sembra essere una primadonna bizzosa come gli altri, il fatto è che Cannavacciuolo ha portato una ventata di aria fresca salvifica in quella cucina ormai un po’ polverosa e annoiata.

A Sky sono lungimiranti e organizzatissimi, si sa, quindi non ci stupirebbe scoprire che stiano già pensando alla prossima stagione e soprattutto alla composizione della esigente giuria.
Perché sarà anche vero che per mettere mano al trio delle meraviglie, che tante soddisfazioni ha dato, serve una massiccia dose di coraggio, ma un intervento in tal senso sembra diventato improcrastinabile. Si riparta da Cannavacciuolo e magari si sacrifichi qualche pezzo pregiato dei tre giudici storici. Ne va del futuro del programma, ne va dell’appeal di un format che per adesso raccoglie numeri importanti nonostante un calo della qualità e dell’efficacia televisiva, ma che in un futuro molto prossimo potrebbe perdere anche quelli. E sarebbe un peccato.

(articolo aggiornato alle ore 12 del 4 marzo 2016)