Masterchef 2015 è una di quelle vecchie ricette che funzionano sempre, quelle che passi tutta la vita a pensare “un ingrediente in più o uno in meno e rovini tutto” e invece poi arriva qualcuno che ci aggiunge la cannella o il pepe o delle uova di salmone e ti accorgi che non solo il piatto funziona lo stesso, ma è meglio di prima. Ecco, Antonino Cannavacciuolo è l’uovo di salmone in un piatto che era già perfetto.

Oddio, viste le dimensioni forse il buon Antonino è più un uovo di struzzo, ma la sostanza non cambia: Masterchef, col suo arrivo, c’ha guadagnato. E non era cosa facile, visto che ormai i ruoli erano disegnati alla perfezione: Cracco il piacione carismatico, Barbieri il precisino indulgente, Bastianich il cazzaro irascibile. Ritagliarsi uno spazio era impresa ardua e infatti Cannavacciuolo, vuoi per ragioni caratteriali, vuoi per ragioni volumetriche, non s’è ritagliato il suo spazio. Se l’è preso tutto, compreso quello degli altri. Perché lui riesce, in un grembiule solo, ad essere quello che gli altri sono in tre grembiuli diversi dando l’impressione di specchiarsi assai meno nel coltello del burro, rispetto ai suoi colleghi, e di occuparsi di più dei concorrenti e dei loro parti culinari.

Ha il cupo cipiglio di Cracco, la temuta stizza di Bastianich, l’inattesa clemenza di Barbieri, ma dei tre è palesemente l’unico che non alterna i vapori della cucina a quelli della pulizia viso. Per riassumere, se Bastianich, l’egoriferito, assaggia un piatto che gli fa schifo dice “Vuoi che io muoro?”, se lo assaggia lui chiede: “Vuoi morire?”. Con Cannavacciuolo non si scherza. Prendete il povero Mario e la faccenda del dado messo di nascosto in un piatto nella prima puntata di Masterchef. Ora, a parte che questo poverino per una punta di dado utilizzata per cucinare è stato sottoposto a un interrogatorio che neanche i parenti degli attentatori di Charlie Hebdo. A parte che è stato trattato come se anziché un mite padre di famiglia pugliese fosse il padre della Boschi. A parte che nel piatto ‘sto poveretto ha aggiunto un po’ di dado, non del polonio. A parte che di questi tempi si fa più casino per un dado truccato su un tavolo di Masterchef che per un dado truccato su un tavolo verde a Las Vegas, l’atteggiamento dei quattro giudici nei suoi confronti ha rivelato più di ogni altra cosa. Cracco gli ha chiesto gli ingredienti con cui aveva fatto il piatto, mortificandolo. Bastianich gli ha spiegato che il dado in una cucina seria non si usa, sputtanandolo (perché il dado in cucina non è tratto, è astratto, ricordatevelo). Barbieri gli ha spiegato come si fa un brodo, istruendolo. Poi arriva Cannavacciuolo e come un padre che si sfila la cintura con lentezza per darti l’idea che ti menerà (ma poi ti grazierà) gli chiede solo questo: “Ci sono altri segreti? Se è sì, meglio che me lo dici adesso”.

Perché se la specialità di Cracco è l’uovo, quella di Cannavacciuolo è il cazziatone intimidatorio. Se non cucini bene, lui forse ti mena. Se non sali la pasta, lui non lancia il piatto, lancia te. E sì, il concetto è metaforico, ma fino a un certo punto. Basta guardare il suo mitico Cucine da incubo per realizzare che Cannavacciuolo è famoso tanto per i suoi paccheri che per le sue pacche sulle spalle assestate al ristoratore di turno con una forza propulsiva pari a quella dell’elica a poppa di una nave Msc crociere. Cannavacciuolo è il tramonto del cuoco fighetto che se lo chiami cuoco e non chef ti trafigge con una forchettata, è il ritorno al vecchio cuoco di una volta, quello con le manate di sugo sulla parannanza e la panza di quello che dopo aver impiattato con cura la parmigiana non va nel retrobottega a spiluccare il pinzimonio perché il giorno dopo ha uno shooting per Vanity fair. Lui la parmigiana se la mangia.

Non a caso Cucine da incubo l’hanno affidato a Cannavacciuolo e non agli altri tre. In una cucina da incubo Cracco non ci entra perché lui la clientela di pezzenti non la vuole, Bastianich non ci entra perché lui in un locale in perdita non ci si pulisce neanche i piedi sullo zerbino, Barbieri non ci entra perché in quelle cucine gli si unge il mocassino. Cannavacciuolo ci sguazza. Può cazziare, sporcarsi le mani e soprattutto ascoltare. E infatti, il format di Cucine da incubo è più o meno questo: Cannavacciuolo si siede e ordina al ristorante seminando un terrore e un’ansia da prestazione che neanche un diciottenne vergine a letto con Belen. Dice che con quel cibo al massimo si può sfamare il serbatoio dell’Ape Piaggio e vedere se parte. Va in cucina e cazzia tutti, dal capocuoco al mestolo. Distribuisce pacche sulle spalle che neanche Bud Spencer ai bei tempi. Va via in un clima da tarallucci e vino, amato come il padre padrone quell’unica volta all’anno in cui ti fa un buffetto sulla guancia prima di andare a letto. Ed è questa la forza di Cannavacciuolo. Quella di dare l’impressione di non poter mai finire a promuovere una patatina in busta col camice inamidato, ma di essere quello che strappa direttamente il tubero dalla terra. E che poi se lo cucina con calma, nel silenzio della sua cucina, come si sta cucinando, zitto zitto, i tre colleghi chef.