In questi casi si dice sempre: ha lasciato un vuoto incolmabile. Dopo di lui nulla è più stato come prima. La sua eredità rimane senza eredi. Sono frasi fatte, buone per tutte le occasioni, specie quando muore un grande artista. È con queste frasi, appunto, che in genere si ricordano gli anniversari della scomparsa di personaggi come Lucio Dalla, morto quattro anni fa a Montreaux, reduce da un concerto che verrà ricordato come il suo saluto artistico.

Quattro anni in cui tutte le parole messe in esergo hanno trovato ragione d’essere, ma che sono però passati, perché la morte, anche di chi ci ha lasciato tanta musica, sempre morte rimane.

Non si leggano queste parole ammantate di cinismo, chi scrive amava Dalla e la sua musica da che ha memoria di sé. Il fatto è che, purtroppo, anche un grande artista è destinato a lasciare questo transito terrestre (per citarne un altro) e quel che rimane, spesso, non è degno di quel che è stato.

Scomparso all’improvviso, seppur non più giovanissimo (tra tre giorni avrebbe festeggiato settantatré anni, lo sanno anche i bambini il giorno del suo compleanno), Dalla ha visto il suo nome oggetto di dibattiti pubblici, da parte di chi gli era molto vicino e ancor più di chi neanche lo conosceva di persona.

Questo sul piano privato. Su quello artistico, poi, e non poteva che essere così viste le molteplici influenze che ha lasciato nel nostro panorama musicale, in molti si sono fatti avanti rivendicando una sua presunta paternità canzonettistica, finendo spesso per arrivare a celebrare una ultima collaborazione in vita degna, per quantità, dei luoghi in cui ha dormito Giuseppe Garibaldi in giro per l’Italia.

La triste verità è che artisti come lui, sembra, non ce ne siano più. Non tanto e non solo a livello di genio, ma a che di generosità nel regalare agli ascoltatori sempre qualcosa di originale, di divertente (per divertente, attenzione, non si intende qualcosa che abbia a che fare con la comicità, ma con la leggerezza e naturalezza d’esecuzione) e ai colleghi la propria arte, il proprio knownhow nel caso dei colleghi più giovani.

Partito dal jazz Lucio Dalla ha, in una carriera lunghissima e costellata di successi, giocato con un po’ tutti i genere, dal cantautorato tout court al pop, passando per la romanza, la dance e a tratti anche il rock. Sempre con spirito curioso, e con capacità nell’approcciare la composizione e l’esecuzione assai rare nel mondo della canzonetta.

Citare qualche sua canzone, escludendo la summa, farebbe torto a un repertorio davvero senza eguali, che si tratti di quello che lo ha visto a fianco del poeta Roversi o di quello più compiuto del periodo a cavallo tra anni Settanta e Ottanta, con un filotto di album da brividi, da Come è profondo il mare a Lucio Dalla fino a Dalla. Così come tanti, tantissimi sono gli artisti che intorno a lui sono cresciuti, a volte addirittura nati. Una scuola, quella bolognese, che proprio in questi tempi sembra essere tornata attuale, grazie al successo di Cesare Cremonini, del redivivo Luca Carboni e la vittoria sanremese dei suoi Stadio. Stadio che proprio con La sera dei miracoli hanno portato a casa il primo trofeo sanremese, omaggio a un amico e compagno di viaggio mai dimenticato, giusto preludio alla vittoria finale con Un giorno mi dirai.

Per chi non ha vissuto a fianco a lui, ma ha goduto tutta la vita della sua musica, proprio a Sanremo ha il suo ultimo ricordo. Lui che generosamente, ancora una volta, accompagna Pierdavide Carone, ex concorrente di Amici in gara con una canzone delicata, dedicata a una prostituta. Volendo fermare il tutto in una fotografia, ci piace ricordarlo proprio all’Ariston, mentre, prima di dirigere l’orchestra, come a voler incoraggiare il giovane amico decisamente emozionato, si alza il parrucchino in gesto di saluto, come fosse un cappello.

Anche per questo ci manchi, Lucio, grazie per la tua musica e il tuo sguardo divertito sul mondo.