Dopo mesi di scontri a distanza, nel giorno della visita in Italia di Jean Claude Juncker scoppia la pace tra Matteo Renzi e il presidente della Commissione Ue. Peccato che a guastare la ritrovata armonia arrivi, proprio in contemporanea con la conferenza stampa dei due leader, la pubblicazione sul sito dell’esecutivo Ue del country report sulla Penisola. Che definisce l’Italia “fonte di potenziali ricadute per gli altri Stati membri” e spiega nel dettaglio come “l’elevato rapporto debito pubblico/pil, unito al deterioramento della competitività e della crescita della produttività, continui ad essere una fonte di vulnerabilità per l’economia”. Non solo: il documento tra il resto critica la scelta di ridurre le tasse sulla casa, solleva dubbi sulle conseguenze per la lotta all’evasione dei provvedimenti del governo in materia fiscale e, mentre Renzi rivendica i risultati della spending review, sottolinea che la spesa pubblica è in “costante crescita”, sempre più “sbilanciata” a favore degli anziani e gravata da costi del servizio del debito “molto maggiori” rispetto al resto della zona euro. In più la continua fuga di cervelli “può compromettere le prospettive di crescita economica e anche le finanze pubbliche”. Risultato: l’Italia rischia appunto di “contagiare” i vicini e mettere a repentaglio la ripresa europea.


Renzi: “Riduciamo debito per nostri figli”. Ue: “Il ritmo di riduzione rallenta” – “Condividiamo la linea della Commissione sulla flessibilità, vorrei fosse scolpito sulla pietra”, ha spiegato il premier, aggiungendo che “il debito va ridotto per dare un messaggio di rispetto delle regole e per i nostri figli”. Serve “serietà sul debito e non politiche basate su una cieca mancanza di politica, lo dico perché avendo fatto le riforme so che ora c’è bisogno di mettere in moto l’economia”, ha aggiunto Renzi. Che non ha mancato di citare lo studio di un istituto tedesco che promuove la sostenibilità del debito italiano. Ne ha dato conto venerdì Il Sole 24 Ore, in un articolo firmato dal vicepresidente della Fondazione Marco Fortis, consigliere economico di Palazzo Chigi e scelto da Renzi come consigliere di amministrazione della Rai. Il giudizio però non è condiviso da Bruxelles, secondo cui “il debito pubblico estremamente elevato rappresenta un notevole onere economico e una fonte di vulnerabilità” e “l’avanzo primario strutturale è previsto peggiorare, rallentando il ritmo di fondo della riduzione del debito”. In serata il Tesoro ha risposto facendo sapere che si tratta di problemi che “affliggono l’Italia da molto tempo e sono presenti da ben prima della crisi” e sottolineando che nell’elenco di misure riconosciute da Bruxelles l’Ue “trascura” la cancellazione della componente lavoro dal calcolo dell’Irap e la riforma dell’amministrazione fiscale che sta favorendo un migliore livello di adempimento spontaneo.


video di Manolo Lanaro

Juncker: “Non siamo per austerità sciocca”. Renzi: “Su flessibilità sottoscrivo” – “Sto bene a Bruxelles ma meglio a Roma”. Così il lussemburghese ha blandito Renzi, non lesinando lodi all’Italia per il calo delle procedure di infrazione rivendicato dal premier (“siamo passati da 119 procedure di infrazione quando siamo andati al governo alle 83 di oggi”) e per la “condotta esemplare” nella gestione della crisi dei migranti che dovrebbe fare “da modello” per altri Paesi europei molto più “esitanti”. Quanto ai conti pubblici, l’esecutivo Ue “non è un raggruppamento di tecnocrati e burocrati a favore di un’austerità sciocca”, ha assicurato Juncker: anzi, è fatto di molte persone che “sono stati primi ministri” e stanno cercando il modo per garantire una “crescita più duratura”. “La nuova commissione ha introdotto il 13 febbraio 2015 la flessibilità con una comunicazione ufficiale: noi la condividiamo. Hic manebimus optime”, gli ha fatto eco Renzi. “Useremo la flessibilità che ci sarà consentita. In più c’è un piano che punta a attivare investimenti per 315 miliardi con una leva importante, e l’Italia è il secondo Paese che ne usufruisce”.

Il report: “Spending review sotto aspettative” – Nel frattempo però il country report ha censurato i “progressi limitati” fatti dall’Italia nel “dar seguito alla raccomandazione” della Commissione di rivedere la spesa pubblica: nonostante “alcuni interventi positivi”, “gli obiettivi di risparmio tendono ad essere sistematicamente ridimensionati o a dare risultati inferiori alle aspettative“. Inoltre “non sono stati ancora realizzati ampi interventi in materia di agevolazioni fiscali e imprese pubbliche locali, né è stata realizzata l’estensione al livello regionale della centralizzazione degli acquisti” della pubblica amministrazione. Infine “è stato rinviato il termine per la riforma, da parte del governo centrale, della procedura di bilancio verso un approccio di formazione del bilancio maggiormente incentrato sui risultati”.

“Europa abbia tripla A sociale”. Ue: “Troppi giovani emigrano dall’Italia, alti costi sociali e finanziari” – “Noi pensiamo che l’Europa abbia un’anima e che serva un’Europa sociale”, ha detto Renzi. “Jean Claude nel 2014 ha parlato della necessità una “tripla A sociale” oltre che finanziaria. Ora la Commissione deve sapere che Italia farà di tutto perché l’Europa torni ad essere un luogo delle anime e non solo del mercato unico, un luogo di valori e non solo di numeri”. E’ per inseguire questo “sogno” che, ha ricordato, “a Ventotene dove abbiamo stanziato 80 milioni per un progetto di formazione per le classi dirigenti europee”. Il Paese che vuole formare le élite della Ue, rileva però Bruxelles, è alle prese con un’emorragia di cervelli senza precedenti. Una fuga che “può causare una perdita netta permanente di capitale umano altamente qualificato, a danno della competitività dell’Italia”, e “a medio e lungo termine può compromettere le prospettive di crescita economica e anche le sue finanze pubbliche”.

Gli italiani se ne vanno e gli stranieri non arrivano – Il contry report dedica all’argomento un box a parte, in cui si legge che il numero di giovani altamente qualificati che emigrano all’estero “è cresciuto rapidamente a partire dal 2010 e non è stato compensato da flussi di italiani, con pari qualifiche, che hanno fatto rientro in patria”. E non si può parlare di uno ‘scambio’ di cervelli: molti lavoratori italiani altamente qualificati lasciano il Paese, ma solo pochi cittadini di altri Paesi, dello stesso livello, scelgono l’Italia come destinazione. Il motivo è semplice: i giovani che lavorano all’estero non solo guadagnano di più ma sono più spesso assunti con contratti a tempo indeterminato. Il fenomeno comporta un duplice costo finanziario per il Paese: la spesa pubblica sostenuta per l’istruzione di studenti che poi lasciano definitivamente il Paese e la perdita di gettito da imposte e contributi sociali che i migranti altamente qualificati avrebbero pagato lavorando in Italia.