Aumentano i compiti, ma i soldi sono sempre gli stessi. E non bastano. Lo ha scritto senza mezzi termini il presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone. Il suo messaggio è indirizzato al governo, che sempre più spesso gli affida compiti da salvatore della patria, e si trova nella “Nota di aggiornamento al piano di riordino dell’Autorità nazionale anticorruzione“. La data del documento ufficiale, come riporta il Corriere della Sera, è il 28 gennaio. Le parole, nonostante il burocratese stretto, non lasciano spazio a chiavi di lettura alternative: “Non può non evidenziarsi che il bilancio dell’Autorità sconta una rigidità della spesa tale da non consentire per il futuro, a quadro normativo vigente, ulteriori norme di contenimento oltre quelle finora adottate se non a prezzo di una ridotta funzionalità dell’Anac che, nella circostanza, non sarebbe tra l’altro coerente con l’implementazione delle funzioni (…) la quale, anzi, indurrebbe ad una nuova riflessione nelle sedi opportune sul mantenimento degli obiettivi di contenimento della spesa”.

Insomma, Cantone si lamenta con chi da una parte gli chiede di occuparsi di compiti sempre più complessi (ultime missioni sono il nuovo codice degli appalti e gli arbitraggi sui risarcimenti ai clienti truffati dalle banche) e dall’altra gli impone di stringere la cinghia e tagliare i costi dell’Anac che, in quanto autorità indipendente, è costretta alla spending review. Per legge, ovvero il decreto approvato dal Governo Renzi a giugno di due anni fa, quando l’Anticorruzione era appena nata e, quindi, non poteva ancora essere il rimedio a (quasi) tutti i mali. Che aumentano e con essi, secondo la logica del presidente Cantone, dovrebbe aumentare anche il personale. Secondo il Corsera per permettere all’autorità di funzionare correttamente servirebbero 350 persone, ma in organico ce ne sono 302: ne mancano 48, ma i limiti di spesa contenuti del dl impediscono nuove assunzioni.

Eppure i soldi in cassa ci sarebbero, visto che l’Anac può contare su quasi 50 milioni di risparmi degli ultimi anni: soldi non pubblici, perché si tratta di denari provenienti da chi è vigilato dall’Anticorruzione, che nel 2015, nonostante tutto, è riuscita ad ottemperare ai vincoli di legge tagliando un bel 25% dal proprio bilancio, passato da 63 a 47 milioni. Un risparmio mica da ridere, coniugato grazie alla spending review su tutto: dal personale agli immobili, dai compensi ai rimborsi, fino all’acquisto di beni  e servizi. L’Anac, insomma, è ridotta all’osso ma le viene chiesto sempre più lavoro. Cantone lo sa. E non lo ha mandato a dire.

In giornata, poi, ha precisato il senso delle sue parole, ma sul significato non è cambiata una virgola: “Noi i fondi li abbiamo, non abbiamo la possibilità di spenderli per una serie di norme all’italiana. Non è assolutamente un’indicazione polemica” ha detto il numero uno dell’Anac parlando con i giornalisti a Firenze, nella sede della Regione, a proposito dei fondi dell’istituzione che non possono essere spesi. “Noi siamo autofinanziati dal mercato, non graviamo sul bilancio pubblico, se non in piccolissima parte – ha aggiunto – Abbiamo la possibilità di spendere i soldi che abbiamo e abbiamo la necessità in questo momento storico di dover rinforzare alcuni uffici, chiediamo la possibilità di poter spendere i soldi“. Cantone, poi, ha sottolineato l’importanza del ruolo ricoperto dall’autorità da lui diretta: “L’Anac sta svolgendo un ruolo importante per il Paese e avrà sempre più poteri anche con il nuovo codice dei contratti – ha sottolineato – Vogliamo essere messi nelle condizioni di avere le professionalità giuste per rispondere alle tantissime richieste che arrivano dal sistema, dalle stazioni appaltanti, dalla pubblica amministrazione“.