Volava alto Winston Churchill, nel suo celebre discorso tenuto nell’aula magna dell’università di Zurigo il 19 settembre 1946: “Devo avvertirvi, non c’è molto tempo… Se vogliamo gli Stati Uniti d’Europa, o quale altro nome vorremo dare loro, dobbiamo incominciare subito. Occorre che la Francia e la Germania assumano la guida insieme”. Certo ben più alto del suo tardo epigono David Cameron, bottegaio in abito blu della festa, che ha scippato l’idea stessa d’Europa di qualche modestissimo vantaggio concreto (la questione dell’assegno ai figli dei lavoratori stranieri rimasti nel Paese d’origine) più qualche dichiarazione liquidatoria del processo di unificazione, per puri calcoli di politica interna: il referendum sul Brexit del prossimo 23 giugno. Questo è il personale che oggi seleziona l’antica patria dei Churchill, dopo l’overdose di revanscismo piccolo-borghese thatcheriano, la cura da cavallo di opportunismo blairiano.

Cameron Brexit 675

Del resto l’immediata contromossa pro Brexit del compagno di partito e sindaco di Londra Boris Johnson, reduce da una seduta presso il parrucchiere di Donald Trump, che altro è se non mero tatticismo di cabotaggio politicante per la conquista di Downing Street, alla faccia delle reali questioni che investono, con i destini di un continente, il futuro stesso dell’Inghilterra? Quel Regno Unito che ha tutto da perdere a inseguire umori popolari più “anglomaniaci” che non “euroscettici”, come ha scritto lo storico di Harvard Niall Ferguson; melanconiche nostalgie di una grandezza imperiale che non tornerà mai più.

Difatti, l’eventuale uscita presenta rischi gravissimi per la stessa sterlina in costante deprezzamento, chiamata ad affrontare il passivo nella bilancia dei pagamenti e le conseguenze dell’esplosione del mercato immobiliare in Londra; il rischio che le centrali finanziarie, attualmente domiciliate nell’isola per lucrare l’accesso al mercato di cinquecento milioni di consumatori Ue, trovino conveniente migrare altrove (il ministro francese dell’Economia Emmanuel Macron ha già annunciato che Parigi “stenderebbe loro tappeti rossi”). Con molti meno pericoli per il Continente abbandonato: le esportazioni europee verso la Gran Bretagna sono di gran lunga inferiori a quelle in senso contrario.

Questo per dire che se gli albionici tolgono il disturbo non è quella grande tragedia, considerando il ruolo di frenatori del processo di integrazione che hanno svolto sistematicamente: riprendano pure in maniera compiuta il ruolo di piccolo avamposto subalterno dell’impero americano. E se non altro si sarà fatta chiarezza. Come si è fatta chiarezza – se ancora ce n’era di bisogno – sulla pasta dei leader continentali che hanno negoziato con Cameron. Uno spettacolo vergognoso che, riconoscendo al Regno Unito “uno statuto speciale in seno all’Ue”, ha barattato per trenta denari il principio inderogabile della pari dignità tra tutti gli Stati membri. Ma così facendo i nostri governanti hanno potuto ribadire che per loro un’Europa che cresce in sovranità democratica a danno delle nomenclature nazionali (cioè loro stessi) è obiettivo troppo lungimirante e generoso per interessarli. Un piccolo calcolo di potere a cui si è aggiunto – specie per le tecnostrutture e i tipi alla Jean-Claude Junker – l’irresistibile fascino esercitato dall’essere Londra l’epicentro europeo della finanziarizzazione del mondo; la cattedrale ideologica cui guarda questo clero di partito che si è rintanato sotto le tende della plutocrazia globalizzata.

E anche questo non è stato un bello spettacolo, con tutti quei distinti signori e quelle frivole signore (alla Christine Lagarde) in posizione genuflessa innanzi al ricatto del bambolotto inglese. Forse – ancora una volta – si sarebbe dovuto ascoltare un altro inglese, il vecchio sir Winton: “Qualcuno ha detto che di questi tempi i leader dovrebbero chinarsi per prestare ascolto a quanto gli viene detto in basso. Tutto quello che posso dire è che per i cittadini sarà molto arduo rispettare i propri leader scoperti in una postura così sgraziata”.