La crescita vertiginosa (e disordinata) dei data center per alimentare l’intelligenza artificiale: richieste di potenza a 84 gigawatt. E la legge lombarda permette strutture nelle aree naturali
Perfino il governatore della Banca d’Italia, nelle sue ultime considerazioni finali il 29 maggio, si è speso per l’intelligenza artificiale che “può divenire una leva decisiva per rilanciare la produttività dell’economia italiana”. Ma intelligenza artificiale comporta data center, infrastrutture di cui si parla molto, ma in concreto si sa davvero molto poco. E intanto loro proliferano disordinatamente, senza che ci sia una chiara visione d’insieme che permetta di cavalcare la nuova tecnologia senza esserne travolti. Specialmente in Lombardia, dove si concentra tra il 70 e l’80% degli impianti italiani e dove è appena stata varata una controversa normativa, che ha almeno il pregio di essere la prima del suo genere. In soldoni il mercato di queste strutture, dicono le ultime stime di Mordor Intelligence, quest’anno crescerà di 1 miliardo a quota 8,5 miliardi di dollari, per poi sfiorare i 15 miliardi di dollari entro il 2031, con un tasso di crescita annuo composto del 12,1% dal 2026 al 2031. Ma se c’è un dato che rende ben più dei soldi l’idea della portata del fenomeno, è quello che riguarda la potenza energetica prenotata dai capannoni dell’intelligenza artificiale: 84 gigawatt. A tanto sono arrivate le richieste di connessione a Terna: la metà è localizzata in Lombardia e metà della metà è nella Città Metropolitana di Milano. A rivelarlo, nei giorni scorsi, è stato il Responsabile programmazione territoriale nord della società della rete elettrica, Paolo Cuccia.
A Terna 500 richieste per 84 gigawatt, ma poi c’è la ‘ghost capacity’
“Il prelievo di punta in Italia arriva fino a circa 57 gigawatt, quindi 84 vorrebbe dire più che raddoppiare il prelievo dovuto a tutti gli impianti che prelevano dalla rete”, ha spiegato l’ingegnere della società della rete nei giorni scorsi in Regione Lombardia, aggiungendo che, per fortuna, “è veramente improbabile che si arrivi a questi numeri”. Le richieste di connessione che portano al dato monstre sono quasi 500, ma non è detto che vengano tutte portate a termine o che le strutture, una volta realizzate, sfruttino il massimo del consumo prenotato. Anzi, l’esperienza insegna che non è così. Tuttavia Terna deve allacciare chi fa domanda e garantirgli la potenza richiesta. Quindi la saturazione c’è, anche se il bisogno è virtuale anche in considerazione del fatto che il mercato ormai pullula di sviluppatori di progetti chiavi in mano di data center che non vengono poi tutti venduti o realizzati. “Possiamo stare tranquilli, sereni, che 84 gigawatt di data center in Italia, in particolare i 40 in Lombardia, non li farà nessuno, ma parlando con gli esperti del settore ci dicono che non ci sarebbero neanche i soldi per fare infrastrutture di questa entità”, ha sottolineato Cuccia. Quello che è certo è che al momento di tutte le richieste in mano alla società della rete, 12 fanno capo a data center “in fase avanzata”. E che appunto si lavora anche a vuoto, impegnando spazi ed energia che magari non servono. Succede ovunque, tanto che al fenomeno è stato dato un nome: ghost capacity. Ma alcuni paesi almeno provano ad arginarlo, per esempio il Portogallo ha introdotto l’obbligo di versare una cauzione che aumenta con l’aumentare della potenza richiesta e che viene trattenuta se i megawatt richiesti non vengono utilizzati entro una determinata scadenza.
In Lombardia 8 data center connessi alla rete ad alta tensione e in cantiere ce ne sono altri 12
Quanto allo stato dell’arte, secondo quello che ha riferito Cuccia, i numeri che circolano non tengono conto della differenza tra data center connessi alla rete ad alta tensione e quelli più piccoli che sono allacciati alla rete di distribuzione. Quindi se il totale dei campus lombardi è sulla trentina, in questo momento in Lombardia ci sono “solo” 8 data center connessi alla rete alta tensione. “Il prelievo nominale, la potenza contrattualizzata con questi soggetti è complessivamente di circa 400 megawatt”, ha detto precisando che però, al momento, il prelievo di corrente è poco meno di un quarto di quanto prenotato. Come detto, tuttavia, che si tratti di saturazione virtuale o reale, le richieste di allacciamento vanno soddisfatte e con tempi stretti e costi palettati. Nascono così i progetti per le nuove stazioni elettriche come quella che dovrebbe sorgere sui terreni tutelati del Parco Agricolo Milano Sud a Trezzano sul Naviglio, nonostante l’opposizione della cittadinanza e dell’ente parco.
Servono due vie di alimentazione e gruppi elettrogeni di potenza pari a quella nominale. Il ruolo delle stazioni elettriche
Attualmente ci sono 5 stazioni già autorizzate, mentre 8 sono in attesa del via libera ministero dell’Ambiente e altre 16 sono in fase di progettazione. Nove di queste ultime sono tutte per uno stesso soggetto e le altre 7 sono infrastrutture che Terna chiama stazioni di raccolta: servono a collegare più soggetti in modo da costituire delle specie di cluster di data center da collegare alla rete di trasmissione nazionale. Ma attenzione: questi campus dell’intelligenza artificiale hanno un’attività che richiede elevata continuità dell’alimentazione. E così a Terna chiedono non una, ma due vie di alimentazione. “Anche per questo le stazioni che dobbiamo costruire sono molto grandi”. E in più “si attrezzano con gruppi elettrogeni di potenza pari almeno alla potenza nominale che garantiamo dalla rete”. Almeno a parole, Terna non chiude la porta a una razionalizzazione delle sue stazioni elettriche. “Ci stiamo lavorando da un po’ di tempo”, dice Cuccia, ricordando che la recente legge regionale lombarda prevede una cabina di regia alla quale partecipa anche la società della rete. Secondo lui è questo il luogo “giusto per lavorare sulla razionalizzazione, cioè cercare di far sposare quella che è la pianificazione elettrica, che è di nostra responsabilità, con la pianificazione territoriale che invece sta alle Regioni e quindi su questo penso che tra breve inizieremo a lavorare parecchio”.
“La Lombardia non ha avuto abbastanza coraggio”
Peccato che pianificazione e nuova normativa lombarda siano due ferite aperte, per chi dalla Regione avrebbe voluto una separazione tra territori idonei e non idonei all’installazione dei campus dell’intelligenza artificiale. Una pianificazione, appunto, che non è stata prevista. Anzi. La decantata norma varata un pugno di settimane fa ha addirittura codificato la possibilità di costruire data center non solo su terreni agricoli, ma anche quelli tutelati, semplicemente prevedendo degli oneri moltiplicati per 100 a seconda della tipologia di terreno scelta. Lo fa notare, tra gli altri, Antonio Nitti, consigliere dell’ente che sta a capo del Parco Agricolo Milano Sud. “Credo che non ci sia stato abbastanza coraggio – dice a Ilfattoquotidiano.it – il tema principale e più grave è il fatto che la norma non dica no a l’insediamento nei parchi regionali e nelle aree naturali: si può fare, a patto di pagare il 200% di oneri. Per una società che fa investimenti che arrivano anche a 3 miliardi di euro, probabilmente non cambia assolutamente nulla spendere qualche milione in più pur di costruire su di un terreno vergine, anche perché se andasse su un sito da bonificare comunque dovrebbe demolire, smaltire i rifiuti, eccetera e quindi probabilmente probabilmente spenderebbe di più”.
Amazon: “Riconvertire siti industriali costa tempo e soldi”
A confermarlo è niente meno che Amazon Web Services secondo la quale “le rigorose esigenze tecniche e infrastrutturali dei datacenter non sempre consentono di privilegiare aree brownfield (siti industriali dismessi, ndr). La riconversione comporta spesso costi più elevati e iter burocratici complessi e prolungati, scoraggiando gli investitori verso soluzioni greenfield (terreni vergini, ndr) dove l’iter autorizzativo risulta più snello”, si legge in un parere sulla bozza della norma lombarda che la società di Jeff Bezos ha inviato in Regione la scorsa primavera. E così Amazon consiglia di prendere in considerazione “misure di incentivazione diretta per la riqualificazione brownfield, piuttosto che disincentivi economici per i siti greenfield”, come invece è stato confermato dalla norma definitivamente approvata il 26 maggio. “Apprezziamo la volontà di garantire flessibilità per investimenti su siti greenfield — in particolare quelli già destinati ad uso industriale – quando necessario per ragioni tecniche. Tuttavia, forme di disincentivazione economica rischiano non solo di penalizzare il settore, ma di tradursi in costi che gli operatori accettano pur di avere tempistiche certe per lo sviluppo”.
Poi c’è la questione delle isole di calore che secondo alcuni studi vengono create dai data center. “Non viene considerata la sommatoria degli impianti: se effettivamente gli effetti ci sono in un raggio di x chilometri ed entro quel raggio c’è un altro capannone, probabilmente avremo un effetto che si somma. Una proposta migliorativa per questa legge poteva essere di trattare i data center come i siti per lo smaltimento dei rifiuti, che devono rispettare una distanza minima tra di loro”, nota Nitti ricordando, a proposito di distanza, che anche rispetto alla contiguità tra data center e abitazioni non è stato previsto nulla. Quindi c’è il tema del riciclo del calore prodotto da questi impianti: “Molti progetti all’estero prevedono due cose. Da un lato che i data center siano almeno in parte autonomi dal punto di vista energetico, per esempio con il fotovoltaico e dall’altro che si colleghino a un impianto di teleriscaldamento in modo tale che il calore prodotto nel processo di raffreddamento non venga disperso”.
Il Parco Agricolo Milano Sud: “Attenzione a monetizzare il consumo di suolo agricolo”
Proprio l’ente parco, quando la norma era ancora in gestazione, nella sua risposta a una consultazione regionale aveva evidenziato una serie di questioni in un documento firmato dal presidente Andrea Checchi. Primo la problematica dell’assenza di una pianificazione complessiva e olistica con la notazione che prevedere un pagamento “per il consumo di suolo agricolo nello stato di fatto, non rappresenti un disincentivo, ma semmai la presa d’atto della possibilità di consumare suolo a fronte di un corrispettivo economico”. In secondo luogo la richiesta (inascoltata) di inserire nella norma il principio secondo cui la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale dei data center vada estesa alle opere accessorie e di servizio dei campus, quindi anche alle stazioni elettriche che al momento non vengono considerate e seguono un iter autorizzativo indipendente. Poi ci sono le altre questioni ambientali che Checchi chiedeva di inserire tra gli elementi da considerare nella V.I.A. Come l’impatto sulla falda del prelievo dagli acquiferi per le necessità di raffreddamento, che rende i data center “dei competitori rispetto agli usi urbani e soprattutto agricoli, diminuendo la capacità di resilienza del territorio nei periodi di stress idrico”. O come il consumo di energia elettrica che comporta “dispersione di grandi quantità di calore nell’ambiente esterno, contribuendo all’aumento delle temperature e influenzando la microclimatologia locale in un’area scarsamente ventilata quale è la nostra della Pianura Padana”.
E intanto, rileva il consigliere regionale di opposizione Simone Negri (Pd), la normativa lombarda “toglie autonomia ai comuni, soprattutto nel caso dei data center più grandi, oltre che delle infrastrutture come le stazioni elettriche: più è grande il data center, più il comune perde il controllo dell’operazione. Alla fine l’autorizzazione non è più neanche comunale”. La richiesta originale era invece di una legge “che mettesse dei paletti, regolamentasse, pianificasse, programmasse anche le tempistiche con degli obiettivi per la costruzione di data center. In realtà non è non è stato fatto”, conclude parlando di una normativa che “non regola niente”. Proprio quando, i data center che “sono una necessità, vanno governati. Intorno ai data center e alle speculazioni che probabilmente li accompagneranno, ci sono altre situazioni che colpiranno i territori”, come sottolinea Claudio Albini (Pd), consigliere comunale di Trezzano sul Naviglio, la cittadina alle porte di Milano che insiste sul Parco Sud e cerca disperatamente di fermare la costruzione di una stazione elettrica da 67mila metri quadrati sul terreno tutelato dal Parco Sud per allacciare campus dell’intelligenza artificiale.