Dopo il caso Baualem Sansal, lo scrittore algerino che ha perso il premio Goncourt per aver tra l’altro affermato che “c’è troppo rispetto per la religione”, con particolare riferimento a quella islamica, e che soprattutto “il non dirlo è segno di una civiltà che muore, che si proibisce da sola di dire quello che pensa”, è ora sotto gli occhi di tutti il caso del giornalista e scrittore Kamel Daoud, anche lui algerino il quale, nonostante abbia vinto il Goncourt, è comunque incorso nel peccato mortale dell’intransigenza intellettuale di gobettiana memoria, e ordunque vittima del politically correct, stavolta veicolato da un gruppo di 19 accademici, firmatari di un appello pubblicato su Le Monde, in cui si accusa il giornalista algerino di islamofobia, dando così la stura a una sorta di “fatwa occidentale” – così de/finita dal filosofo liberale Corrado Ocone – capace di mettere all’indice tutti gli “intellettuali mussulmani moderati” i quali, come si vedrà più avanti, sono e sono stati tanti.

Per parte sua Kamel Daoud, nella sua lettera pubblicata ieri da Repubblica, trova immorale e intollerabile che “degli universitari comminino una sentenza di islamofobia, dalla sicurezza e dalle comunità delle capitali dell’occidente e dei suoi caffè”, con esplicito riferimento a Parigi, patria di quella che Voltaire esaltò come la liberté de plume. Mentre oggi, sempre secondo Daoud, “lo scrittore che viene dal mondo cosiddetto arabo è preso in trappola, intimidito, spinto via, cacciato [dagli] imboscati che hanno promosso la petizione contro di me non misurano le conseguenze delle loro azioni e del tribunale sulla vita altrui”.

La prima conseguenza che Daoud si è autoimposta, è la rinuncia al ruolo di giornalista, visto & considerato che il manicheismo che permea il demi monde degli addetti dedito-dedicati al politically correct, caratterizza “un’epoca in cui se non sei da un lato, sei dall’altro” – come riconosce lo stesso Kamel Daoud. Una conseguenza questa, la rinuncia al giornalismo, a cui potrebbe eventualmente seguire quella della sua eliminazione tout court. Come è successo alla moltitudine di artisti e intellettuali che nel corso dei secoli osarono sfidare il fondamentalismo islamico, come per esempio documentato da il Foglio (18 gennaio 2015). Cominciando dallo scrittore Youcef Sebti, sgozzato in casa sotto una riproduzione del “3 maggio 1808” di Goya, con ancora sul comodino le bozze dell’ultimo suo romanzo Les illusions fertile, per arrivare all’Algeria degli anni ’90, che videro l’assassinio di decine di intellettuali mussulmani “nemici dell’Islam”.

Dal romanziere adi Flici, al saggista Abderrahmane Chergou, dal commediografo Abdelkader Alloula a Chokry Belaid, il Matteotti tunisino, assassinato solo un anno fa, o a Muhammad Shakil Auj, mussulmano liberale nonché preside dell’Università di Karachi. E a Tahar Djaout, autore di The Last Summer of Reason che aveva previsto la sua morte scrivendo: “La mia storia rischia di diventare la mia biografia”, come quella di tanti altri che qui non è possibile citare.

Forse al pari di tutte “le storie” raccontate da Daoud, quando per esempio afferma: “Nel mondo di Allah, il sesso rappresenta una miseria più grande. Al punto da dare vita a un porno-islamismo a cui i predicatori ricorrono per reclutare i propri fedeli, evocando un paradiso che più che a una ricompensa per credenti somiglia a un bordello, tra vergini destinate ai kamikaze, caccia ai corpi in luoghi pubblici, puritanesimo delle dittature, veli e burqa. L’islamismo è un attentato contro il desiderio. E talvolta questo desiderio esplode in occidente, dove la libertà appare così insolente”. Mentre “da noi non esiste via d’uscita se non dopo la morte e il giudizio universale. Ritardo che fa dell’uomo uno zombie, o un kamikaze che sogna di confondere la morte con l’orgasmo, o un frustrato che spera di raggiungere l’Europa per sfuggire alla trappola sociale della propria debolezza”.

In attesa dell’istituzione della giornata in memoria degli artisti e degli intellettuali mussulmani trucidati dall’islamismo, chiudo assumendomi la responsabilità nonché le eventuali conseguenze relative dall’ammettere senz’ombra di dubbio, la mia intransigente islamofobia.