In una intervista all’algerino Boualem Sansal pubblicata su Repubblica, Gloria Origgi presenta questo scrittore di fama internazionale come “un laico ateo che non vuole vedere la religione interferire con le questioni di Stato” e che “l’islamismo nato assieme all’Islam… è una visione apocalittica della religione… come portare dentro di sé una tentazione suicida che ci fa vivere in modo più ‘forte’, sempre sull’orlo del suicidio”.

Un intellettuale fuori dal coro ordunque, che si permette di esprimere concetti popolari giudicati forti in questa Europa dominata dall’in/sopportabile e perdente politically correct, come dimostrano le recenti sconfitte elettorali e forse, in attesa del risultato delle presidenziali Usa, non soltanto europee. Un uomo che ha il coraggio di esternare che “ci sono troppe moschee e che c’è troppo rispetto per la religione”. “Il non dirlo – conclude Sansal – è segno di una civiltà che muore, che si proibisce da sola di dire quello che pensa”.

Per aver espresso e scritto questi concetti Boualem Sansal ha perso il suo posto di alto funzionario ma, nonostante continui a subire minacce, non ha la minima intenzione di arrendersi. E alla considerazione dell’intervistatrice, la quale trova paradossale che nelle società liberali sia più rischioso parlare che in Algeria, Sansal le giudica “società terrorizzate che hanno paura di dire quello che pensano, e che non sanno più cosa pensare. Io che vivo in Algeria – sottolinea lo scrittore – non mi sento in pericolo. Avrei potuto ottenere il premio Goncourt quest’anno e molti alti premi se non avessi detto le cose che ho detto che mi fanno passare per un islamofobo… ma gli editori hanno avuto paura di dare un premio del genere a qualcuno che dice che l’Islam è una vergogna. Ma Sansal lo scrittore dei premi se ne infischia: ‘Se non vogliono darmeli il problema è loro’”. Cioè nostro e vediamo di capire perché.

“Il nostro strabismo sull’Islam” è il titolo del pezzo di Guido Rampoldi, new entry di FQ da Repubblica, sul Fatto Quotidiano del 28 dicembre scorso. Un pezzo in netta controtendenza rispetto alle affermazioni sia di Sansal che di gran parte dell’opinione pubblica, non necessariamente populista. Opinione che può coincidere con quelle di intellettuali stufi di esser considerati di minoranza quando non di destra tout court, ma che come tali continuano a esser bollati da un progressismo di maniera, dedito-dedicato com’è, alla censura sistematica di qualsiasi considerazione che non rientri in un obsoleto politically correct.

Rampoldi nel suo pezzo in risposta a un’inchiesta del Corsera – dalla quale risulterebbe “che siamo infiacchiti dal relativismo, dai complessi di colpa, dal politically correct; minacciati dall’assalto dell’identità islamica nonché afflitti da una catastrofica perdita di senso – si domanda se il problema non sia attribuibile al nostro giornalismo”. “Un metodo applicato da quasi tutta la nostra informazione che da noi non ha un nome preciso… e che un seguace del filosofo liberale Karl Popper chiamerebbe… collettivismo metodologico; altri oggettivismo; ma poiché all’estero in genere è noto come essentialism, lo chiameremo essenzialismo”. Secondo quest’ultimo: “In nome della comprensione i fedeli di Allah vengono rappresentati come tutti uguali, ma la Storia dimostra il male di questa dottrina”.

Riandando ai fatti accaduti al Domplatz di Colonia ma anche ad Amburgo nella notte di San Silvestro, vorrei chiedere a Rampoldi come avrebbe reagito nel caso si fosse ritrovato al cospetto di una sua amica o fidanzata o quant’altra, dopo le violenze da lei subite assieme ad altre 150 donne, da parte di un migliaio di maschilisti appartenenti a “gruppi stranieri di presunta provenienza nordafricana, maghrebina”. Avrebbe forse Rampoldi concionato la sua cara vittima con una corretta disanima delle differenti appartenenze etnico-religiose dei responsabili – sunniti, sciiti, kharigiti, alatiti, drusi, allevati, ahmadiyya & chi più ne ha più ne metta – oppure avrebbe preferito dilungarsi in una disputa terminologica sul radicalchicchismo, sul progressismo o sull’essenzialismo & via discorrendo?

Non potendo dilatare oltre misura i limiti del numero di battute imposto da un post ma anche per carità d’iddio, per ora preferisco fermarmi qui.