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Da alcuni giorni non c’è conversazione nella quale sia assente la menzione dei fatti di Colonia. Ravviso un’inquietudine diffusa, tra le donne che conosco, e dentro di me: mi tornano in mente le pagine del libro, e del film, pochissimo visto e conosciuto, della pure celeberrima Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, nel quale si descrive un mondo sempre più violento che decide che i diritti delle donne sono da sacrificare in nome del controllo sociale e dell’ordine.

Le aggressioni, avvenute nei pressi della stazione centrale, (emergono ora casi analoghi anche in altre città tedesche) sono state organizzate in modo preciso, come emerge dalle testimonianze delle vittime, da parte di gruppi di giovani uomini, sembra nordafricani, che hanno circondato, intimidito e fatto violenza alle donne scelte come bersaglio, in modo ripetuto e per molte ore. I numeri sono impressionanti: un migliaio gli aggressori, decine le vittime, forse alcune non denunceranno mai per la vergogna, la paura e lo choc.

Il dibattito si polarizza in queste ore sull’insufficiente presenza della polizia da una parte e sull’identità degli aggressori dall’altra. Si fa presto a semplificare, per sottovalutazione del problema e per voglia di strumentalizzarlo: da una parte serve più repressione, si dice, considerando l’accaduto un fatto di delinquenza comune, e dall’altra si allontana la palese connotazione sessista delle aggressioni, condannando questi uomini perché stranieri, spostando lo sguardo sul tema emergenziale dell’immigrazione.

Soluzione trovata: meno immigrazione più pattugliamenti e voilà, la violenza sulle donne magicamente scompare, dalla Germania e dal mondo. Magari, viene da dire: se la violenza sessista e la misoginia fossero un problema ascrivibile solo ad una parte della popolazione maschile saremmo in un mondo felice. Come sappiamo non è così, purtroppo. La violenza maschile sulle donne è una piaga planetaria, che coinvolge tutte le culture, ogni fede religiosa, ogni fede politica e qualunque società.

Non sono però d’accordo nell’affrontare i fatti di Colonia e il fenomeno del sessismo senza nominare i suoi potenti alleati: l’ignoranza, l’assenza di alfabetizzazione sui diritti universali, l’accettazione acritica delle religioni per rispetto delle tradizioni e, specialmente a sinistra, per paura di alimentare il razzismo, una piaga sempre in agguato che però non può giustificare deroghe alla centralità della laicità e dei diritti delle donne, che sono la cartina di tornasole della civiltà umana.

E’ stato emozionante ascoltare le parole della giovane indiana scampata alla morte per il rogo appiccato dal marito-padrone a Brescia, perché colpevole di voler uscire dalla gabbia patriarcale imposta dalla tradizione e dalla religione. Senza velo sulla testa, ancora segnata dalle ferite, Parvinder Kaur Aulak, detta Pinki, ha detto: ”Non fate il mio errore: non giustificate un uomo se vi picchia. Al primo schiaffo allontanatelo”. Rispetto alla tragedia di Hina Salem, giovanissima pachistana uccisa anni fa dal padre con la complicità di altri maschi della famiglia, perché voleva vivere la sua vita senza costrizioni, la novità è stata la vicinanza del padre di Pinki, che ha supportato la figlia e le sue scelte di libertà. Un cambiamento che testimonia la possibilità di uscire dall’oscurantismo.

Ma perché questo accada è necessario rafforzare la laicità e con essa i diritti delle donne, che nella storia umana garantiscono sempre la crescita dell’autodeterminazione di ogni essere umano; è urgente mettere al centro il valore universale dell’educazione al rispetto delle donne, che viene prima del rispetto della fede religiosa e delle tradizioni, molte delle quali, (come l’Isis testimonia), sono un oscuro ed inquietante baluardo contro la storia che cambia ed evolve.

Gli uomini violenti di Colonia devono essere assicurati alla giustizia e condannati per i reati che verranno accertati, e sono un banco di prova della nostra capacità di dimostrare che i valori di libertà e civiltà che abbiamo costruito anche e soprattutto con la lotta delle donne sono giusti e fecondi.

Quei giovani vanno messi di fronte alla loro responsabilità, e va fatto loro capire, (così come ad ogni uomo violento, quale che sia il suo passaporto), che ogni forma di umiliazione, dileggio, discriminazione e violenza contro le donne è una violazione dell’umanità. La loro umanità, oltre a quella delle loro vittime.