Induzione al suicidio. Questo il reato contemplato dal fascicolo che il sostituto procuratore della Repubblica di Bologna Alessandra Serra ha aperto a carico di ignoti sulla vicenda della sedicenne pakistana residente a Bologna che nei giorni scorsi ha bevuto acido muriatico per non sposare un connazionale nel matrimonio combinato deciso dalle due famiglie. Un atto dovuto, per gli inquirenti, che potrebbe essere seguito, una volta ultimati gli accertamenti investigativi affidati alla polizia di Stato, da ulteriori accuse, come maltrattamenti o violenza privata.

Da Hina a Nosheen: le giovani “punite” perché non accettavano la tradizione. La storia che queste carte giudiziarie stanno ricostruendo ne richiama altre due, concluse entrambe con giovani straniere morte per mano di connazionali, spesso familiari stretti, che non hanno accettato un no a consuetudini previste dalle tradizioni di appartenenza. È accaduto nel 2006 a Hina Salem, 20 anni, assassinata nel bresciano dal padre e da altri parenti perché viveva troppo all’occidentale e aveva un fidanzato italiano. Ed è accaduto anche a Nosheen Butt, 21 anni, sopravvissuta alla strage familiare in cui ha avuto la peggio la madre Shahnaz Begum, 46, “colpevole” di averla difesa dalla furia dell’altro genitore. Ancora una volta una ribellione estrema a un’altra ribellione. Un padre, Hamad Khan, che, trasferitosi a Novi di Modena, non poteva permettere che i suoi più stretti congiunti disobbedissero a leggi non scritte ma inappellabili, come un matrimonio combinato.

Si sfoga contro le imposizioni della famiglia e poi tenta il suicidio. Nozze imposte sembrano essere all’origine anche della vicenda bolognese (il quartiere è Savena, zona San Ruffillo), che stavolta non si conclude con un dramma, ma con un tentato suicidio. La vittima, di nazionalità pakistana, come nei casi precedenti, è minorenne (ha 16 anni) e per lei c’è un futuro marito che l’attende in patria. La ragazzina tuttavia non l’ha mai visto, gli unici contatti con lui sono stati telefonici e lei sembra non voler accettare un destino di moglie e madre che sente non appartenerle.

E di questo, forse, parla a fine giugno quando il fratello ascolta casualmente una conversazione della giovanissima straniera con un connazionale, che questa volta sembra trovarsi in Italia. Probabilmente protesta per un destino che vorrebbe evitare e se i contenuti di quel dialogo sono al vaglio degli inquirenti, ciò che al momento si sa è che il fratello della sedicenne sente tutto e, in assenza dei genitori, interviene con toni accesi per cercare di reprimere il tentativo di ribellione della sorella più giovane.

La reazione della giovane è di scappare e di chiudersi in bagno. Qui afferra un contenitore di acido muriatico e ne beve una parte. Il pezzo di storia che segue racconta del ricovero d’urgenza, di una tracheotomia, di danni alle vie aeree superiori e all’apparato digerente. Danni che per qualche giorno fanno temere il peggio, ma che non sono abbastanza estesi da aver coinvolto cuore e polmoni.

Così la ragazzina, ricoverata al policlinico Sant’Orsola prima in terapia intensiva e poi in pediatria, sopravviverà. E se già il tribunale dei minori ha disposto l’allontanamento di padre e fratello pena l’arresto in caso di trasgressione (solo la madre può avvicinarsi e assistere la figlia), adesso è la volta della magistratura approfondire la vicenda.

“Occorre prudenza per non creare fratture controproducenti”. “La procura sta valutando con estrema prudenza la vicenda”, dichiara il procuratore aggiunto Valter Giovannini. “Dobbiamo stabilire se sussista o meno il reato di violenza privata”. E soprattutto se all’origine del tentato suicidio ci sia davvero l’imposizione di un matrimonio non voluto, oltre ad eventuali maltrattamenti. Ma la questione è spinosa, fanno intendere nei corridoi di piazza Trento e Trieste, perché non si vuole – e il rischio lo si percepisce come concreto – provocare una frattura sul piano culturale con la comunità pachistana insediata a Bologna.

Le indagini, affidate alla polizia, intanto proseguono. E alla memoria tornano vicende che suonano come dei precedenti. Le vicende appunto di Hina e Nosheen. Per la prima, consumatasi nel bresciano, sono stati condannati a fine 2007 con rito abbreviato il padre della vittima e due cognati, riconosciuti colpevoli di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dai motivi abietti e occultamento di cadavere. Per loro gli anni di carcere sono 30 mentre 2 anni e 8 mesi sono stati la pena inflitta a uno zio, che non aveva partecipato al delitto, ma all’occultamento del corpo della ragazza.

Per la seconda vicenda, invece, lo scorso 30 giugno il gup di Modena ha accolto la richiesta di rito abbreviato per Khan Ahmad Butt e del figlio Umair, i pakistani di 54 e 20 anni. Per loro l’accusa è di omicidio volontario, tentato omicidio e maltrattamenti aggravati da motivi abietti e parentela. La prima udienza del processo, nel quale anche la Regione Emilia Romagna si è costituita parte civile, è fissata per il prossimo 22 novembre.