Con la cultura da figurine Panini che si ritrova, il nostro premier lascia intendere che l’anno giunto al termine non sarebbe stato altro che la partita del cuore tra gli angelicati ministeriali della squadra del fare e i biechi populisti del gufare e sfasciare. Poi comunica il risultato conclusivo dell’epico confronto, naturalmente risoltosi a suo vantaggio: quattro a zero!

Renzi 675

A prescindere che i gol dichiarati sono soltanto effetti d’annuncio, magari punteggi virtuali da videogioco, sicché l’inversione della congiuntura economica in assenza di interventi strutturali è soltanto l’effetto del crollo del prezzo petrolifero e delle iniezioni valutarie di Bce, la riduzione del numero dei disoccupati dipende da un evidente dopaggio del mercato del lavoro e il timido rialzo dei consumi l’effetto di elargizioni clientelari; tutto ciò a prescindere, la conferenza stampa di fine anno ha consacrato la definitiva entrata del termine “populismo” nella neolingua del regno del falso post-berlusconiano.

Che cosa tale termine stia a significare non lo si è capito bene, nonostante che su la Repubblica di martedì abbia provato a spiegarlo Nadia Urbinati (“L’anno del populismo”). Ma si è compreso solo che la nota politologa, tra cattedra newyorkese e comparsate nella commissione presieduta dall’allora ministro per le riforme costituzionali Gaetano Quagliariello, un posto nel residence dell’establishment se lo è conquistato. E non intende rinunciarci. Alla faccia di una protesta montante contro tale insediamento abitativo e i suoi inquilini. Difatti quanto saltava agli occhi nella sua articolessa era solo il fastidio per una critica da outsider che tenderebbe a disturbare il manovratore (e – quindi – minacciare i sudati privilegi degli insider).

Sicché possiamo prendere atto che “populista” – in questa congiuntura politica – ha sostituito il termine “comunista”, in auge agli albori della discesa in campo di Silvio Berlusconi: l’espressione di una generica esecrazione nei confronti di un soggetto che viene lasciato intendere essere l’incarnazione della nequizia. Insomma il cattivo assoluto da fumetti. Difatti – di rincalzo alla cosmogonia pallonata del premier – la Urbinati sentenzia con tono oracolare che in Europa “le svolte populiste hanno causato problemi – regimi illiberali, autoritari e infine fascisti”. Contro cosa di storicamente identificabile tali sibilline vaticini si appuntino non viene indicato, anche se è intuibile l’attribuzione al termine incriminato del significato di “demagogia spinta”. Sebbene l’ideologia dei totalitarismi di destra – in cui si pretenderebbe di identificare l’araba fenice populista – presenta tratti un po’ più inquietanti di un’attitudine a blandire il demos.

Del resto il principio democratico correttamente inteso pratica profonde aperture di credito alle capacità di giudizio deliberativo della partecipazione popolare. In questo caso democrazia è sinonimo di populismo, a sua volta equivalente di demagogia e di conseguenza vittima del contagio totalitario?

In effetti buona parte dei destinatari dell’epiteto sono coloro che protestano contro i provvedimenti antipopolari conseguenti alle politiche di sbaraccamento del sistema newdelistico/welfariano, in atto ormai ininterrottamente da quelli che Thomas Picketty ha definito “i quaranta ingloriosi”; nella collusione del ceto politico schierato a difesa dei propri privilegi di casta. Ed è dal fatidico 2011 che buona parte del corpo elettorale ha compreso l’esistenza di questa deriva collusiva che rende indistinguibile l’offerta politica e irricevibile la distinzione tra Destra e Sinistra (per quanto riguarda il personale di partito, non le differenti e inconciliabili filiere di pensiero politico).

Sicché dal magma dell’indignazione sono emerse formazioni (movimenti e/o partiti) che tentano di far ripartire la politica dal sociale. I guardiani del privilegio di casta, acquartierati nei palazzi delle istituzioni o delle accademie, tentano di denigrare questo ritorno del discorso pubblico alla sua originaria natura sorgiva giocando sulle parole con intenti denigratori. Chiamando Antipolitica l’istanza di AltraPolitica. Trincerandosi nel bunker delle terminologie geneticamente modificate per attuare l’estrema difesa; ricorrendo all’arma finale: la confusione babelica dei linguaggi.