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Il senso di una frase intercettata a Lavitola mi ha raggelato: una sentenza sulla malconcia democrazia odierna

Idee e personalità in grado di aspirare a governare il paese proverranno sempre più da ambienti esterni alla politica in senso stretto
Il senso di una frase intercettata a Lavitola mi ha raggelato: una sentenza sulla malconcia democrazia odierna
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Della complessa e controversa vicenda Ranucci-Lavitola mi ha colpito una frase del secondo. In una intercettazione, infatti, si sente il faccendiere pronunciare delle parole – sembrerebbe per convincere il conduttore di Report a scendere nell’agone politico come leader del campo largo progressista – il cui senso si può riassumere così: considerando che tutti i politici di oggi sono scadenti e screditati presso il popolo, se si presentasse un figura nuova, popolare e autorevole, prenderebbe da sola il 70% dei consensi elettorali.

Mi si è gelato il sangue, perché nella sua cinica crudezza temo che la frase di Lavitola sia ineccepibile. Una vera e propria sentenza, anche rispetto alla salute malconcia della democrazia odierna.

Quel regime che si fonda sul governo (indiretto) del popolo – e che già Platone definiva, paradossalmente, come il più incline a degenerare nella tirannia – evapora sostanzialmente quando si verificano due precondizioni. La prima è che chiunque, proveniente dal nulla e senza una formazione né competenza specifica, possa assurgere al massimo potere di governo (con un rischio altissimo di populismo e demagogia); la seconda è che nessuno possa puntare a quel ruolo, perché lo stesso è destinato a una figura prestabilita (per diritto divino, di sangue, di censo etc.).

Personaggi scaltri e spregiudicati, come nel caso di Lavitola, hanno colto perfettamente il fatto che ci troviamo in una situazione molto vicina alla prima precondizione: ciascuno, soprattutto se ben supportato mediaticamente e finanziariamente, può aspirare alla massima carica di governo. Ciò è vero per una ragione sostanziale, che ha a che fare con il livello infimo e imbarazzante della attuale classe politica. Ma anche con la situazione degenerata dei partiti, che da scuola di vita e amministrazione pubblica si sono trasformati in consorterie deideologizzate e votate alla carriera individuale di soggetti largamente privilegiati, oltre che inadeguati.

Da troppo tempo non sono più le idee e i progetti concreti ad abitare le stanze scarne e scarnificate della politica, ma soltanto le furbizie e il cinismo di battitori liberi in cerca del potere per il profitto personale, invece che per il bene pubblico. Dediti, tutt’al più, alla ricerca del consenso per le prossime elezioni, invece che animati dal buon senso per le prossime generazioni.

In una condizione siffatta, complice anche il ruolo sempre più pervasivo dei social network e della Rete in genere, idee e personalità in grado di aspirare a governare il paese proverranno sempre più da ambienti esterni alla politica in senso stretto. Con tutti i rischi del caso, a partire da quello più preoccupante di soggetti che vorranno tutelare gli interessi di chi li ha messi nelle condizioni finanziarie e comunicative per arrivare a ricoprire ruoli apicali e di governo. Invece che quelli di chi li ha eletti e, in genere, della collettività.

Un contesto del genere è più funzionale al prevalere delle forze di destra, più abituate a curare gli interessi della ricchezza e del privilegio, mentre penalizza quelle di sinistra, a cui si richiede la difesa della giustizia sociale e del bene comune. Si spiega in questo modo il prevalere delle forze conservatrici (populiste e di destra), in larga parte del mondo occidentale e democratico.

Proprio mentre quelle progressiste hanno deviato dal proprio compito, aderendo ai deliri dell’ideologia woke e pensando che asterischi, lettere strane dell’alfabeto e cancellazioni assurde potessero realizzare la giustizia inclusiva di cui avrebbe bisogno il popolo.

Peccato che il delirio dell’ideologia woke – parola della lingua inglese con cui si indica l’essere svegli e attenti – abbia significato l’addormentamento rispetto alla difesa della giustizia sociale e dei diritti delle categorie più svantaggiate, a cui evidentemente non è rimasta che l’astensione (di gran lunga il primo partito in Italia) o il voto a una destra incapace e corrotta.

Ad ammetterlo, oggi, è Alexandria Ocasio-Cortez, deputata di quella sinistra radicale americana da cui si è generata la “follia woke” (parole sue), ossia quella che – in realtà funzionale all’affermarsi incontrastato di un capitalismo selvaggio e iniquo – è stata prontamente fatta propria dalla sinistra pecorona nostrana (siamo anzitutto una colonia culturale degli Usa, se non fosse chiaro), la stessa che tradizionalmente non perde alcuna occasione per demolirsi con le proprie mani.

Ora è auspicabile un nuovo corso, il ritorno ad occuparsi di giustizia economica e sociale, tutela delle classi subalterne e concentrazione sui problemi concreti delle persone, secondo le parole della stessa deputata americana. Ma in Italia è dura, perché sotto alla maschera degli asterischi, delle schwa e delle idiozie in salsa woke che tanto piacciono a una gioventù a corto di letture, corriamo il rischio di scoprire che c’è soltanto il nulla ideale. Oppure un Lavitola qualunque, che poi è la stessa cosa.

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