Da moderata a (di nuovo) estrema: Vannacci impone il rebranding a Meloni
di Giovanni Muraca
Sembra essere passato tanto tempo da quando tra gli articoli del Fatto emergeva un piano di restyling dell’immagine della premier. Era solo l’anno scorso, giusto in questo periodo. Da militante di Giovane Italia, fautrice dei blocchi navali, financo pro-Pal ante governo, il piano di “rebranding” di “Giorgia della Garbatella” a immagine e somiglianza di qualcosa che aveva sempre combattuto, stava prendendo forma.
Da “sono una donna, sono una madre, sono cristiana no matter what”, dopo anche le vicissitudini che l’hanno colpita personalmente, ma seppur il cuore ha sempre battuto in quegli ambiti, abilmente, nella versione della “New Giorgia”, li ha saputi se non eliminare, almeno smorzare. Persino qualche cenno di apertura sull’onda di questa rivoluzione è arrivato il 25 aprile del 2026 con la dichiarazione che nessuno mai si sarebbe aspettato in una giornata che molti del suo partito ancora oggi non digeriscono: la Festa della Liberazione.
Non si capisce bene ancora se il gesto sia stato più una mossa distensiva dopo i match tra vari esponenti della sua scuderia e il Presidente della Repubblica, oppure che dopo il risultato referendario si sia resa conto di un possibile crollo a cui stava andando incontro; in ogni caso, in quella giornata, un cenno alla verità storica arriva proprio dalle sue labbra: “oggi l’Italia celebra l’ottantunesimo anniversario della Liberazione. Il popolo italiano ricorda uno dei momenti decisivi della propria storia: la fine dell’occupazione nazista e la sconfitta dell’oppressione fascista, che aveva negato agli italiani libertà e democrazia”. Un passo in avanti inaspettato, sempre in un’ottica di un futuro sempre più “moderato”, che forse poteva solleticare anche una parte di elettori indecisi alle prossime elezioni politiche.
Tutto questo sullo sfondo di un avversario interno che nessuno – almeno nei sondaggi – si sarebbe immaginato potesse attecchire in maniera così incisiva sul consenso della destra. In seguito alla nascita di Futuro Nazionale (che, se guardiamo bene, con le iniziali “FN” ricorda un movimento nato sulle ceneri di ciò che l’MSI e Alleanza Nazionale hanno rappresentato), quella versione Pop (di cui la Premier non fa fatica a vestirne l’abito), moderata e quasi “democristiana”, che doveva reggere fino alle elezioni del 2027, ha avuto una battuta d’arresto.
Sarà un caso, ma il fatto che attualmente il Generale Vannacci si attesti quasi al 7% nelle rilevazioni dei consensi, è diventato una spina nel fianco anche per la maggioranza.
Una maggioranza che, post referendum, ne esce a pezzi e che con l’arrivo dell’ex generale vede la frattura ben più evidente.
Seppur l’arrivo di FN, con il conseguente travaso di voti di quella destra “nera”, potesse essere per FdI un dragaggio d’immagine, la premier ha deciso di ritornare alle origini. E lo fa chiaramente un anno dopo, sempre il 25 aprile, ma stavolta, diversamente dall’anno precedente, senza menzionare la matrice (fascista) dell’attentato che colpì Bologna nel 1980.
Il carico da novanta per tenere testa a FN arriva con la sospensione del patto di Schengen a seguito di ciò che è avvenuto nell’exclave spagnola di Ceuta nei giorni scorsi. Un episodio cui lo stesso ex generale non ha fatto minimamente cenno, ma di cui Giorgia Meloni ha fatto tesoro, incassando il consenso anche di ventidue paesi europei mettendo sul tavolo della Commissione una possibile discussione sul tema. Forse tutto questo è stata più una dimostrazione muscolare di Meloni, per dare un messaggio al leader di FN su ciò di cui è capace?
Meloni doveva investirsi di una rotta più “pop” ma sta tornando più verso una ruolo dal sapore più “Minculpop”; ed è un peccato: la scaltrezza è sempre stata una qualità che la caratterizza. Peccato perderla con le stesse armi che finora ha utilizzato con gli avversari, cadendo nella trappola del consenso piuttosto che cogliere l’occasione di cambiare pelle in vista della prossima – e stringatissima – legge di bilancio.